Premi
la parola più
stanca che hai.
E non è la parola
più stanca che c’è.

Vita a farfalla, è
questa e quella.

Avere.
Terreno.
Ciel’astro.
Il vestito aereo.

Non c’è niente che
gli caschi di mano
e non si ricordi
del braccio e del ramo.

Poesie temperamattine.

Che faccia che
fai che bocca
che hai. Che strade
le parti che passano
tra occhio e occhio,
tra naso e mento,
tra un ginocchio e l’altro,
dall’ombelico al tallone.
Ci penso sempre,
tra il cappello di paglia
e il biglietto, tra
la scoperta e il bisogno
di dimenticarlo sempre
e trattenermi la sorpresa
in caso di disperazione

un foglio spoglio
tra il bianco e il disegno.

Sai, l’arte ha una e altre(sue)storie alquanto sottesposte.

Ci si guarda fino alla fine del marciapiede
ci si espone fino alla fame di sete e passeggiate.
Fino al viso in finito.
Fino a questo mio libro muto.

Che forse non dimentico
niente dimentica neanche
l’ombra e neppure è,
l’ora, di,
sempre (addì)zionante(niente,
addendo)addent(r)o.
d(i)ritti, a impronta
(di treno)

north star deserter

La parte femminile del buio
Milo De Angelis

Nonostante
tutto m’innamoro,
nonostante
tutto mi consolo

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