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«I signori viaggiatori sono invitati a depositare alla cassa il loro denaro e le armi». Ce l’ho ancora con me, ma avrei trovato indegno farne menzione. Non c’era cassa né veri viaggiatori in quella baracca, che sembrava una casa di nani. Il cartello era indubbiamente di un modello che serviva nella contrada indifferentemente per uno qualsiasi dei rari locali pubblici, che si aveva la ventura d’incontrare. D’altra parte lì sono quasi inutili. In quelle solitudini, la legge dell’ospitalità è un obbligo vitale.

Ritornai rapidamente alle mie analisi di sociologia delle religioni, delle guerre e delle letterature.

Studiai la retorica dei sogni e le immagini della poesia. Rimase il fatto che per la prima volta mi ero sganciato dallo stampato. Avevo rinnegato la parentesi.

 

 

Era questa una fessura che doveva allargarsi segretamente. Mi applico, oggi, a ricostruirne il progredire, come troppo tardi l’ho potuto misurare. Indubbiamente per questo motivo, nei miei libri di questo periodo (quelli che oggi suscitano in me una certa malinconia) circola e cresce, malgrado la loro aridità, un passaggio di acqua viva che vi getta qua e là e sempre più frequentemente, un riflesso insolito che il grigiore generale spegne rapidamente. La astuzia più efficace di questo filo estraneo fu indubbiamente quella di guidarmi nella scelta dei miei lavori analitici. Ne dirigeva l’ispirazione. Non mancava mai di farmi balenare il tema, in cui aveva maggiori possibilità di potere affiorare con la migliore apparenza di legittimità. Dava il cambio alla mia vigilanza in modo che, illudendomi di condurla su un terreno nuovo, le comunicavo, a mia insaputa, un fermento capace di corromperla e di sconvolgerla, ma che si rivelava anche – almeno così mi persuasi al più presto – adatto ad aggiungere un complemento salutare. Momentaneamente, mi vergognavo di questo sotterfugio. Nello stesso tempo, lo stimavo indispensabile, in qualche modo essenziale per gli argomenti che trattavo: quelli della vertigine e del sogno, per esempio.

La maniera rigorosa e aggiornata con la quale continuavo ad affrontare i miei soggetti arricchiva le sorgenti e le referenze, le emozioni soprattutto, che si mascheravano d’impassibili argomentazioni. Non prevedevo che doveva inevitabilmente arrivare un momento, in cui l’insieme si sarebbe capovolto.

Nell’attesa m’illudevo di scoprire terre relativamente vergini, in ogni caso senza importanza. Credevo d’impiegare meglio, sebbene per un uso inedito, i metodi in cui ero stato istruito. Non ero lontano dal sospetto che io li riportavo sempre più contro i disegni, che erano stati trovati per essere utili. Non potei evitare che il lato notturno della natura fosse il solo che in fin dei conti mi seducesse. Applicandomi ad esplorarlo nella misura dei miei mezzi, ridiventavo clandestinamente fedele al mio istinto primitivo. Mi servivo della coerenza come un’arma per avere ragione della ragione e dimostrarne la dannosa, l’ingiusta ristrettezza.

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Roger Caillois, in Il fiume Alfeo (Sellerio editore, 1980)

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