La mia lunga scala ancora appoggiata

ad un albero

sta verso il cielo,

e c’è un barile che non ho riempito

accanto ad essa, e forse due o tre

mele che non ho colto in qualche ramo.

Ma di cogliere mele ora ho finito.

Profumo di sonno d’inverno è nella notte

l’odore delle mele: mi assopisce.

Non posso cancellarmi dagli occhi quello strano

senso provato guardando stamani per un vetro

ripescato dall’abbeveratoio e tenuto

contro quel mondo d’erba che imbianchisce.

Confondeva le cose, l’ho lasciato

cadere e farsi in pezzi. Ma io ero già avanti

verso il mio sonno prima che cadesse,

e potrei dire che forma

il mio sognare stesse per assumere.

Immensi frutti appaiono e spariscono,

metton germoglio e fiore,

splendono ognuno di chiaro colore.

Ho ancora indolenzita la pianta del piede, non solo,

ma mi resta anche il segno del piolo:

sento la scala oscillare se il ramo si piega.

Sempre dalla cantina continua a giungermi il suono

rotolante di colpi

dei carichi in arrivo uno sull’altro.

Perché ne ho avuto anche troppo

di cogliere mele: e sono stanco

del gran raccolto che ho desiderato.

Diecimila migliaia di frutti da toccare,

saggiare nella mano, deporre e non far cadere.

Perché tutte le mele

che son cadute a terra,

anche se non ammaccate o graffiate dai gambi del grano,

non sono buone, sono andate ai mucchi

per fare sidro e succhi.

Si può capire quel che turberà

questo mio sonno, se pur sonno sia.

Non fosse andata via,

la marmotta direbbe se è come il suo

lungo sonno, mentre io ne descrivo il venire,

o se è soltanto un semplice sonno d’uomo.

.

Traduzione di Giovanni Giudici

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