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Le mappe si fanno

la domenica,

quando la gente dorme,

quando il distendersi

aiuta a ravvisare

i minimi rilievi della patria,

le sue linee meno

percepibili, i suoi golfi

più dubbi.

I geografi s’affrettano,

occorre approfittare

della distensione dell’alba

domenicale,

correggono gli sbagli più evidenti,

separano le linee, le uniscono,

cancellano una curva,

aggiornano la patria

che cambia di continuo

per via del mare,

del vento e delle frane.

Vivono perpetuamente rimediando

ai loro stessi errori.

Nei giorni feriali

registrano

solitari

i più modesti cambiamenti:

un albero caduto,

un incendio domestico,

una nuova pronuncia

nelle periferie;

sanno che tutto fa

che cambi il tracciato della patria

e i loro sforzi

non hanno ricompensa.

Non è che vogliano

che tutto resti uguale,

fisso nel suo colore,

per poi poter tracciare

la mappa veritiera di noi stessi,

ma se nelle nostre azioni

avessimo coscienza

di come tutto incide

sull’insieme,

del fatto che un insieme

è sempre esposto al rischio

e non si può mai dire

che sia proprio così,

ma occorre rivederlo

e aggiornarlo,

badando che non cada,

e dargli un nome sempre

più intimo e più suo;

se non perdessimo di vista

che ogni cosa ha un’eco,

che segue in altri piani,

avremmo forse un’aria

più agevole di questa,

un’aria più d’insieme, appunto,

un’aria più geografica,

in modo che la patria

avrebbe un sedimento,

non la sua verità,

che cambia a ogni istante,

ma un punto d’equilibrio,

una sua mappa interna

per quanto approssimata,

l’immagine di sé senz’altri intoppi.

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