Nell’orto c’è paura c’è
mezzogiorno di fuoco,
tu vieni porta con te
la tana tenera
dell’amicizia, dicono
che ho troppi doni nelle mani
e tu che nel troppo
avevi dimora, distribuiscili
tra i passeri, i lombrichi
le chiocciole, dàlli in pasto
ai trifogli e alla salvia,
non far crescere fiori
che mi rapinano lo sguardo.
Dicono che io sono sempre
in allarme, all’erta
e tu profuga smarrita
in ogni agio
spiegaglielo che sono in veglia
in canto insonne di uccelli
per ubriacatura di primavera.
Se ti portassi qui
saresti in breve la monaca folle
sposata con le piante
e gli animali e tutto il resto
che fa capolino
dal mistero.
Ci sei e non ci sei,
sei il luogo,
troppo vasta
per vederti.
Sfiorami dunque
col pensiero
come fanno le mosche
quando rincorrendosi
disegnano geometrie
innamorate.
*
*
Werner Bischof, Scotland. Edinburgh, 1950.

Werner Bischof, Scotland. Edinburgh, 1950.

*
Conosciamo quasi sicuramente diversi tipi di precisione.
Un giorno, ho sentito dire, poi ho letto questo titolo: La bambina pugile. Che precisione di occhi. Ovvero La precisione dell’amore. Che precisione di colpi. Occhi e colpi, o piccoli salti sul posto, sull’attenti, fermi tutti, anche se pare impossibile, nell’emozionarsi, qualcosa, non è vero che si immobilizza, ma corre all’impazzata, sbatte batte le mani scatta fotografie alle parole che non ci sono. S’ispira, certo, al silenzio. E’ così preciso, il colpo dei colpi dell’amore. Così dura e cattiva questa bambina, tutti modi di dire. Ma una piccola pugile voi l’avete mai incontrata? Chissà quanti ne incontra lei, di pugili-pugilesse di specie bambina. Quali scontri frontali, chissà quanti pugili in pensione, i meno espressivi, forse – i più aggressivi, magari – i meno bambini, probabilmente. La bambina pugile mi sembra una che non si arrende, non si arrende mica a scrivere. E neanche a definire. Prende spunto dal respiro, inoltre. Dal pensare, come si potrebbe augurare una bambina, nel ring, cosa pensa ad esempio un animale. Non pensa “nessuno”, pensa probabilmente “niente”, qualcosa di necessario, di bisognoso, di urgente e anche chiaro, o fitto fitto scuro, come il resistere, il riposo dopo, come lo stare abitante del giorno, del proprio spazio, nel rispetto inevitabile di ogni oggetto coinquilino, e di ogni altro essere che passi per lo sguardo, e il confronto. Come si fa in silenzio. Come fa il silenzio, maestro. Stracolmo di parti, particelle, centri e dintorni. Periferie del senso. Muto, effettivo, naturale ringraziamento.
Questo piccolo libro è, per me, prezioso, me ne sono rireso conto in questi giorni che l’ho riaperto, per caso, così ho pensato di portarne un po’ anche qui, come mi piace fare con le cose amate, appassionanti e appassionate.
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