ELEMENTI DELLA COMPOSIZIONE

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Composto quale sono, come gli altri,

           di elementi da liste risapute,

seme del padre e uovo della madre

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che riuniscono terra, aria, fuoco, perlopiù

           acqua, in una massa morata,

che plasmano calcio,

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carbone, oro addirittura, magnesio e simili,

           in uno schiamazzante sé aggrovigliato

in amore e lavoro,

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sogni paurosi, dotato di occhi che vedono,

           solo se in costante movimento,

la costanza delle cose

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come Stonehenge o gli alberi di ciliegie;

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si aggiungano le undici dita dello zio

            che facevano giochi di ombre di rajà

e gatti, sibilando,

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e ridiventavano dita, lo sguardo

            di panico sul volto di mia sorella

un’ora prima

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delle nozze, un’antiquata mappa di giornale

            di un luogo mai visto, che forse

non è più lì

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dopo le sommosse, nel centro di Nairobi,

           che un amico portava nel passaporto

come altri farebbero

con la foto di una donna nel portafoglio;

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si aggiungano i lebbrosi di Madurai,

            maschi, femmine, sposati

con bambini,

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facce di leone, granchi per grinfie,

            raggrumati nelle loro ombre

sotto gli occhi di pietra

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delle dee della danza, meri pilastri,

            che si muovono come nulla sulla terra

sa muoversi –

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passo attraverso di loro

             mentre loro passano attraverso di me

prendendo e lasciando

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affetti, semi, scheletri,

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millenni di tracce fossili,

           di insetti che non durano

un giorno,

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impronte di corpi di efemere,

           una leggenda sentita a metà

in un treno

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dell’uomo a metà che cercava

           un’altra metà

sempre in fuga

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attraverso tigri di Muharran,

           giacinti in acque di coccodrilli,

e le dolci

vite contorte di santi epilettici,

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e anche quando aggiungo,

            perdo, mi decompongo

nei miei elementi,

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in altri nomi e forme,

           passate, e di passaggio, coniugazioni

senza tempo,

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bruco su una foglia, che mangia,

            che viene mangiato.

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CERCANDO UN CUGINO SULL’ALTALENA

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    Quando aveva quattro o cinque anni

    sedeva su un’altalena del villaggio

    e suo cugino, di sei o sette,

    si sedeva di fronte a lei;

    a ogni affondo dell’altalena

    lei lo sentiva

    nelle protese cavità

    delle sue sensazioni;

          e più tardi

    ci arrampicammo su un albero, raccontò,

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    non molto alto, ma pieno di foglie

    come quelle di un fico,

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    e eravamo molto innocenti

    nel farlo.

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    Adesso lei cerca l’altalena

    in città con quindici sobborghi

    e cerca di essere innocente

    nel farlo

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    non solo sulla biforcazione di un albero

    che sembrava sul punto di esplodere

    sotto ogni foglia

    in una nidiata di fichi scarlatti

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    all’improvviso starnuto di qualcuno.

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da La poesia postcoloniale, in Poesia straniera Inglese Seconda Parte (la biblioteca di Repubblica, 2004)
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