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ESILIO (1)

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È MARTEDÌ E IL CIELO È LIMPIDO

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È martedì e il cielo è limpido, cammino

su una strada laterale coperta da un tetto

di castagni… Cammino leggero leggero, come

evaporato dal mio corpo, come se avessi

appuntamento con un poema. Guardo il mio orologio,

distratto. Sfoglio le pagine di nuvole lontane

su cui il cielo deposita pensieri alti,

percorro gli stati del mio cuore sui noci: è privo di

corrente, come un capanno in riva

al mare. Accelero, rallento, accelero.

Scruto i cartelli sui due lati…

ma non imparo le parole a memoria. Canticchio

una melodia lenta, come fanno i disoccupati:

«Il fiume, come il puledro, corre alla sua rovina.

Il mare e l’uccello rubano i semi alla sorgente del fiume».

Deliro, sussurro in segreto:

Vivi adesso il tuo domani!

Vivi quanto vuoi,

non raggiungerai il domani…

Nessuna terra per il domani.

Sogna lentamente, sogna quanto vuoi,

saprai che la farfalla non si è bruciata

per illuminarti.


Cammino leggero leggero. Mi guardo intorno

per trovare una somiglianza tra gli attributi

della mia anima

e il salice di questo luogo,

ma non riconosco

nulla che mi indichi.


Se il canarino non canta

per te, amico mio… Sappi

che sei il carceriere di te stesso, se

il canarino non canta.

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Nessuna terra piccola quanto un vaso di fiori,

come la tua terra… Nessuna terra grande

quanto il libro, come la tua terra… Le tue visioni

sono il tuo esilio in un mondo in cui l’ombra

non ha identità né gravità.

Cammini come se fossi un altro.

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Se potessi parlare con qualcuno

per strada, direi: La mia specificità

è ciò che non mi indica, ciò che non può essere chiamato

sogno nella morte, nient’altro.

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Se potessi parlare con una donna

per strada, direi: La mia specificità

non suscita attenzione.


L’atrofia di qualche vena

nei piedi, nient’altro. Allora cammina

un po’ con me, come una nuvola.

«Lei non è lentezza né precipitazione…».

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Se potessi parlare allo spettro della morte

dietro la siepe delle dalie, direi:

Siamo nati gemelli, morte, sei mia sorella,

tu mia assassina,

artefice del mio percorso su questa terra…

Mia madre è tua madre, deponi le armi.

,
Se potessi parlare all’amore dopo pranzo,

gli direi: Da ragazzi, eravamo

il fiato di due mani sulla peluria delle parole,

lo svenimento delle parole su due ginocchia.

Avevi pochi tratti, eri agitato e più chiaro.

Il tuo volto è quello di un angelo che emerge dal sonno,

e il tuo corpo un ariete di febbricitante forza.

Ti chiamavano com’eri, «amore», svenivamo noi

e sveniva la notte.

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Cammino leggero e invecchio di dieci minuti,

venti, sessanta… Cammino e la vita in me

diminuisce lentamente, come una tosse lieve.

Penso: E se rallentassi e

mi fermassi? Fermerei il tempo?

Imbarazzerei la morte? Derido la mia idea,

poi chiedo alla mia anima: Dove vai, rassicurata come

lo struzzo? Cammino

come se la vita stesse per correggere la sua incompiutezza.

Non mi volto, ché non potrei tornare a niente

né identificarmi.

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Se potessi parlare a Dio, direi:

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Sono l’ombra della tua ombra sulla terra,

come hai potuto abbandonarmi, farmi cadere

nella trappola dell’interrogativo:

Perché hai creato le zanzare,

Dio mio, Dio mio?


E cammino senza appuntamento, privo

delle promesse del mio domani. Ricordo

di aver dimenticato e dimentico come ricordo.

 .

Dimentico un corvo su un ramo d olivo,

ricordo una macchia d’olio su un abito.

Dimentico il richiamo della gazzella al suo sposo,

ricordo la linea delle formiche sulla sabbia.

 .

Dimentico la mia nostalgia per una stella

caduta dalla mia mano,

ricordo il pelo delle volpi.

 .

Dimentico la vecchia strada di casa,

ricordo un sentimento simile a un mandarino.

 .

Dimentico ciò che ho detto,

ricordo ciò che ancora non ho detto.

 .

Dimentico i racconti di mio nonno

e una spada appesa al muro,

ricordo la mia paura del sonno.

 .

Dimentico le labbra della ragazza piene d’uva,

ricordo l’odore della lattuga sulle dita.

 –

Dimentico le case che hanno annotato la mia biografa,

ricordo il mio numero d’identità.

 –

Dimentico i fatti salienti e un terremoto,

ricordo il tabacco di mio padre nell’armadio.

 –

Dimentico le vie in partenza verso un nulla incompiuto,

ricordo la luce dei pianeti nell’atlante dei beduini.

 –

Dimentico il fischio delle pallottole su un villaggio deserto,

ricordo il canto dei grilli nel bosco.

 –

Dimentico come ricordo o ricordo di aver dimenticato.


[Però

ricordo

questo giorno.

È martedì

e il cielo è limpido.]

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Cammino su una strada che non porta

da nessuna parte. Forse i miei passi mi condurranno

a una panchina vuota nel parco

o a un’idea sulla perdita della verità

tra l’estetico e il reale. Mi siederò da solo,

come se avessi appuntamento con una donna

immaginaria. Immaginerò di aver atteso a lungo,

di essermi stancato dell’attesa, di essermi arrabbiato:

Perché sei in ritardo? Lei mentirà: C’era

traffico sul ponte. Calmati. Mi calmerò

quando mi accarezzerà i capelli.

Sentirò che il giardino è la nostra camera

e le ombre, tende.

.
Se il canarino non canta

per te, amico mio… Sappi

che hai dormito a lungo,

se il canarino non canta.

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Chiede: Cosa stai dicendo?

Le rispondo: Il canarino non ha cantato per me.

Ti ricordi di me, o straniera? Somiglio forse

all’antico poeta pastorale, consacrato

re della notte dalle stelle,

che rinunciò al trono

quando lo nominarono

custode delle nuvole?

Dice: Oggi somiglia a ieri,

come se tu…

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Laggiù, sulla panchina di legno davanti,

una ragazza sgretolata dall’attesa

piange

e beve un sacco di frutta.

Lustra il cristallo del mio piccolo cuore

e porta al posto mio i sentimenti di questo giorno.

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Le chiedo: Come sei arrivata?

Dice: Per caso. Camminavo

su una strada che non portava da nessuna parte.

Dico: Cammino come se avessi un appuntamento…

Forse i miei passi mi condurranno a una panchina vuota

nel parco o a un’idea

sulla perdita della verità tra l’immaginario e il reale.

Dice: Anche tu ti sei ricordato di me, o straniero?

Somiglio forse alla donna di ieri, quella esile

con la treccia, dalle canzoni brevi

sul nostro amore dopo un lungo sonno?

Dico: Come se fossi tu…

.
[Un ragazzo entra

dal cancello dei parco,

porta venticinque gigli

alla ragazza che l’ha aspettato

e porta ai posto mio

la giovinezza impetuosa di questo giorno.]

.
Piccolo è il cuore… il mio cuore.

Grande è l amore… il mio amore

viaggia nel vento, si posa,

sgrana un melograno, si perde

in due occhi a mandorla,

sale dall’alba di due fossette

e dimentica la via del ritorno a casa

e del tuo nome.

Piccolo è il cuore… il mio cuore

Grande è l amore…


Quello che ero, era lui?

O era quello che non ero?


Dice: Perché le nuvole grattano le cime degli alberi?

Dico: Perché la gamba tocchi l’altra sotto

la pioggia sottile.


Dice: Perché questa gatta impaurita mi scruta?

Dico: Per farti fermare la tempesta.       

 .

Dice: Perché lo straniero ha nostalgia del suo passato?

Dico: Perché la poesia in lui conta su se stessa.

 .

Dice: Perché il cielo diventa grigio la sera?

Dico: Perché non hai versato l’acqua nel vaso di fiori.

 .

Dice.·Perché sei tanto ironico?

Dico: Perché la canzone mangi un po’ di pane di tanto in tanto.

 .

Dice: Perché amiamo e camminiamo su strade deserte?

Dico:·Per sconfiggere troppa morte con poca morte e salvarci

Dall’abisso.

 .

Dice: Perché ho sognato una rondine nella mia mano?

Dico: Perché hai bisogno di qualcuno.

 .

Dice: Perché mi ricordi un domani che non vedo con te?

Dico: Perché sei un attributo dell’eternità.

.

Dice: Dopo di me, attraverserai il tunnel della notte da solo.

Dico: Dopo di te, attraverserò il tunnel della notte da solo.

…E cammino pesante pesante,

come se avessi appuntamento con una perdita.

Cammino e un poeta in me si prepara

per l’eterno riposo nella notte di Londra.

Compagno sulla via di Damasco!

Non siamo ancora a Damasco,

rallenta, rallenta,

non privare il gelsomino di suo figlio,

non mettermi alla prova con un elogio funebre:

Come porterei il fardello del poema

al posto tuo e mio?

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Poema di coloro che non amano descrivere la nebbia,

il suo poema.

Mantello di nuvole sopra la chiesa,

il suo mantello.

Segreto di due cuori che si rifugiano vicino al Barada,

il suo segreto.

Palma della Sumera, madre degli inni,

la sua palma.

Chiavi di Cordova a sud della nebbia,

le sue chiavi.

Non firma i suoi poemi,

ché la ragazzina lo riconosce

quando sente la puntura degli aghi

e il sale nel sangue.

Lui, come me, è perseguitato dal suo cuore,

e io, come lui, non firmo il mio testamento,

ché il vento conosce il nuovo indirizzo dei miei

sul pendio di un precipizio a sud del lontano.

Addio, amico mio, addio e salutami Damasco.

.
Non sono abbastanza giovane per emergere

dalle parole, non sono abbastanza giovane

per completare questo poema.

.
Cammino in compagnia della dâd nella notte

— è la mia specificità linguistica —,

cammino in compagnia della notte nella dâd

di un vecchio che incita un vecchio cavallo a volare fino

alla Tour Eiffel. Lingua mia, aiutami nel prestito,

ché io abbracci l’universo. Dentro di me un balcone

dove nessuno passa a salutarmi. Fuori di me

un mondo che non risponde al saluto. Lingua mia! Sarò

ciò che sarai? O sarai tu, lingua mia, ciò

che sarò? Lingua mia, iniziami alla fusione nuziale

tra le lettere dell’alfabeto e le membra del mio corpo

— ché io sia signore, non eco.

Coprimi con la tua lana, lingua mia, aiutami

nella differenza per raggiungere la somiglianza.

Fammi nascere, ché io ti faccia nascere.

Ora sono tuo figlio, ora tuo padre e tua madre.

Se tu sei, io sono, e se io sono, tu sei.

Chiama il tempo nuovo con i suoi nomi stranieri.

Lingua mia, accogli lo straniero

lontano e la prosa semplice della vita,

ché maturi la mia poesia.

Chi, se non mi esprimessi in poesia,

mi capirebbe?

Chi, se non mi esprimessi in poesia, mi parlerebbe

di una nostalgia nascosta per un tempo perduto?

E chi, se non mi esprimessi in poesia, conoscerebbe

la terra dello straniero?


La notte è calata, la notte si è compiuta e si è svegliato

un fiore a respirare sulla siepe del giardino.


Ho detto: Testimonierò di essere ancora vivo,

anche se da lontano, di aver sognato che colui che

sognava come me ero io, nessun altro…

che il mio giorno, il martedì, era accogliente e lungo,

che la mia notte era breve come una breve scena

aggiunta allo spettacolo dopo il sipario. Ma

non farei male a nessuno

se aggiungessi: Era una bella giornata,

come una vera storia d’amore su un treno veloce.


Se il canarino non canta,

amico mio,

non biasimare nessuno se non te stesso.

Se il canarino non canta

per te, amico mio,

canta tu per lui… Canta.

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