Nella piccola forma di carta  si può ritrovare qualcosa di tutto,
cartina da fumo, cartina da tornasole di un tempo, presente
immaginario, o vero reale che sia, apre chiude gli occhi e si ritrova
consonante di qui, importante nel suono e nel fatto di guardare e
potere sentire la luce e il suo tempo di scatto, o lo scarto che fa
perdere luce al tempo, o di tempo che va nonostante, e comunque,
tutto. e è tutto. Nella piccola casa di carta c’è il calendario delle
cose non proprio portate a termine, ma riportate probabilmente senza
neppure la scienza di un grafico o di un numero in percentuale
di cosa, di probabilità o calcolo, solo il frutto, né abile né tanto
banale, di un incedere a tastoni come voler uniformare (universalizzando!) le diverse
forme dell’emozione, come dire che vivere e morire non rimano e non
hanno equivalenti che non sappiamo dimenticare, come vivere non sia
rinunciare e come ogni interpretazione non vale che per il tempo di
averla ridiscussa, fatta spolverare via dal vento di turno, che vento
sia, o anche semplicemente l’aspiratore distratto del caso di ronda – che
probabilmente, tale o no, ha una sua “personale arte della
distrazione” – non quella del lasciar andare – quanto quella del
lasciarsi comunque dietro il trampolino di una spalla un tuffo, dietro
l’altra uno scivolamento – alle spalle qualcos’altro, che sia leggero,
o naturale – o semplicemente, sia: leggermente, naturalmente. Ora,
conta che non si contano i pensieri, anche se rimano. Non c’entrano le
fotografie, anche se stimano una forma e una luna fotografica su tutto
– non distoglie l’accadere, il cadere della forma, o il fermarsi
dell’obbiettivo – l’occhio stesso – su (di)un particolare che
incontra. Perché casuale per quel che è – ma farei indietreggiare la u
e direi di più così, avanzando la s “causale” – è comunque scelto –
probabilmente poco più che intravisto, quasi pensato, ecco. Non
c’entra direttamente Parigi. Nonostante il suo sogno, la sua bellezza, storia, strada 
già di e per nome

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