Il tempo, non è da dimenticare, magari da dividere, da verbificare senza repliche ma via verifiche del tutto personali, per vie ancora non camminate, giacché non indossate se non per gli stessi motivi, per non nominativi di stagione, per ricorrenze non ossequiate, ancora per verbi da scegliere e far propri, o inappropriare quando fuochi parebber servire a spegnere fuochi. Il tempo, non ha mai chiesto scusa, d’estate. Ma davvero qualcuno di noi se lo aspetterebbe, o le capirebbe le sue pause ancorate a punture d’insetti e luce speciale tra scarsi bagliori da “lasciamo stare”, dunque scansa-bagliori, piuttosto potrebbero dirsi i suoi poli. E, per consonanza d’iniziali sillabe: i polsi del tempo sono binari – punto, domanda, carta, cascata: due punti, chi posa la domanda, a cosa. Incamminarsi, forse rende euforico il passo del tempo, forse lo scòmoda lo rima lo esulta lo invertebra, forse lo incammini e si scrolla di confini, e respira – “le cose ripetute aiutano”, fa il respiro, letteralmente tradotto da locuzione latina, al suo tempo e per sua propria natura, radura.

 

 

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