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“Levigato a oro”: tutto il libro, il suo cercare, forse proprio “un’inedita narrazione”. Questo libro, Chiaro di terra, ultimo di Antonio Pibiri, ha la luce di una forte “esposizione” al visivo – s’intende l’arte visiva, nella fattispecie – al mondo di una fotografia – la fotografia. È una ricerca che passa, per l’appunto e inevitabilmente, per l’immagine, un cammino di parola attraverso.

(…)

o del come fosse

finzione il temporale e gioco la ferita.

(…)

(pag. 11)

 .

Il titolo della raccolta originariamente era un altro, con riferimento alle madri e al deserto. Chiaro di terra, il titolo poi scelto, sembra prendere in considerazione tutti e due gli “elementi di partenza” e in più, s’è possibile, il padre – allora l’impressione, o il suggerimento (la suggestione), potrebbe essere che ciascuna “fase” di questo cammino parta da una forma di sintesi; sintesi che avrebbe per sottotitolo l’originale titolo. L’attraversamento che compie lo sguardo ha anche chiari riferimenti alle tecniche e ai materiali della pittura: in Due epiloghi su tela, diversamente s’è dentro a un’opera di Bruegel, coi sensi di chi legge e i nessi di chi guarda  – “due con l’ombra, due lacune” –  Le poesie di Chiaro di terra sembrano puntate, episodi o tratte e tratti di una strada maturata da un biografo-poeta che “saldo sui gomiti/annota dal ciglio l’infanzia di fili d’erba:/valuta i traumi sensibili, il gioco/sottilmente coi pari, la buona stella,/l’esposizione alla luce smorta e/diretta del lampione.//Più sotto – dal calpestio dei passanti -/solleva l’alluce e sente tra le dita/il trifoglio raggiargli la terra,/divarica i secoli muti. (pag. 15)

(…)

Il filo del racconto chiude per sé

ogni vita in consegna.

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(…) [pag. 27 La serie mancante: tra questi versi vi è anche una chiara (ritorna spesso questo aggettivo, o sentimento, e sempre preso in prestito dal titolo)] presa di posizione (coscienza), in chiusura alla poesia, entrando in mare:

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Ma più avanti entrando in mare

– ora puoi anche non scrivere –

il pontile slaccia il suo impalco

rifonda lo spazio tra le dita

che qui ritorna.

 .

Lo spazio, qui, ritorna – come rifondato, tra le dita – “simbolico”. Spazio nello/dello spazio: meta-scrittura?

E il tempo? Un grande senso di sospensione. In questo “gioco del mentre”, “tra vento e palpebra”. E alla domanda: “Come si costituisce una parentela?”, come rispondere? Forse con “ora puoi anche non scrivere”. Ma questo è solo un gioco tra le parti riconosciute di una mappa.

L’ultima sezione del libro, “Le mani per terra” s’inaugura con Ida Travi, ascoltando la voce del padre, inseguendo quella della madre e con Borges procede e s’avvia: “Scriveva Borges che l’oblio è una forma del perdono”.

A parole impronunciabili, orfane (ricopio qui l’intera poesia di pag. 60):

– 

L’orfanotrofio di tante parole:

dicono di smettere, incattivite col tempo.

 —

Non dicono, puntano gomiti e piedi

quando serve, indocili

non si lasciano da alcunché trascinare.

 –

Si precipitano di corsa alla finestra

ogni volta che inservienti spalancano le tende

al mattino (stanze appena fatte, tesi i letti)

e il giardino fuori si solleva fino ai vetri

crepita i suoi verdi come metallo

che percuote le inferriate.

Queste parole arroccate

sono nude sotto i camicioni

si protendono sulle dita

tacciono di muta gioia.

Ma tu non le puoi pronunciare.

 –

 .

Il tempo di questo libro è coniugato al presente, poi all’imperfetto, anche all’infinito, vi è spesso il mare (inconiugabile, se non all’infinito?), vi è la Grecia, orientamento d’isola. Le stagioni, in pensiero. Ancora la terra, un effettivo “sostegno-supporto” da toccare, riscrivere. Tra simboli, un delicato sonno, e ancora un’effettiva “sostanza” di sogno, riconciliati col meno (a mio avviso “parte fondante” della poesia)

 –

Ho bisogno che la neve resti dov’è

i suoi adagi, ai laghi, non per la sete.

Ho bisogno che la sete resti in gola

con la neve, riconciliati col meno.

 .

Presentimento della nuda roccia

riavuta. È la parte da riscrivere.

 .

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chiaroditerra-definitivo.jpg

 

 

 

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