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(le parole vivono se ascolti

gli altri sono il gelso la finestra

e chi non parla

o il coro e il peso

del passero)

Considerare il colore del suono, il solo e i cromatismi di questo Racconto di Nadia Agustoni. La sua punteggiatura – gli a capo che talvolta si portano i due punti – l’affaccio verso l’altro con il trasporto di una parola nuda (sotto “i maglioni infeltriti”):

non c’era un’altra vita una storia

                       per diventare un altro

.

il vento che si presta, quasi portandosi dentro le parole, una parola che è se stessa, prima e dopo la punteggiatura, i due punti che chiudono una pagina – un giorno, una strada, il racconto stesso puntellato sul tempo a una punteggiatura e un’andatura personalissima (inevitabilmente), e insieme in ascolto e sì, solo prendendo più che mai in considerazione l’altro, nonostante e perché. Naturale, per chi e pure per cosa – sta, cerca, ritorna, cambia e muta (e poi, forse, scrive).

.

capivo come il bene non è vinto

.

– Ogni volta che riapro questo Racconto, col suo azzurro e “un sembrare i giorni” (dei pensieri, degli aerei) ritrovo una diversa colorazione – un suono sommesso e poi ventoso – di tempesta che sottende a una pace, e di una pace che viene imprestata dalla stessa pagina, dalla stessa sua fede di racconto in racconto. Tutto non mi viene “forzato” come speranza o, come su detto, fede, termini davvero particolarmente “stanchi”, talvolta, quando ad esempio si forzi una poesia con tutte le iniziali maiuscole (dunque: Poesia, Speranza, Fede – non sono presenti in questo racconto, non così “categorizzate”, né assertive, stanche – o, se così non fosse, sono sfuggite al lettore qui scrivente).

.

è tutto grande quel tenere le mani per amare qualcosa

e parlare è come i semi, gli alberi davanti alla casa

.

rimasti grandi :abbiamo detto parole

che ora crescono storie e nelle storie

qualcuno pensa a cos’è essere stati

in un tempo più bello e l’altrove sono

le stagioni nelle nostre fotografie:

.

non corre l’universo non corre la polvere

                                                          siamo noi.

Ecco, questo sembra indurci a fare un vento con gli occhi e poi, da lì, con tutto il corpo che legge, una poesia così insieme tempo e spaziatura, noi e tu, parola e albero, corsivo e respiro presente, d’intanto – in considerazione viva di passato e strano sibilo di futuro, ma con l’accorta consapevolezza – dura e durissima (non può che esserlo) – innamorata (sì, nonostante e perché) d’adesso, di poco fa, che non pare il “qui e ora” – il dove, lo spazio non sono né rimandati, né qui – o sì, lì, dove si legge e intravede la luce della stessa pagina, la mia e pure la nostra, sotto una finestra di sole, per oggi, ma non si sa, un po’ di temporale è rimasto nelle ossa, e potrebbe pure tra ricordo e futuro semplice, rifarsi sentire, volersi narrare.

Con il ritorno delle stagioni, e la loro presenza, esistenza, com’è. E poi, e insieme, (al)le cose. Tutte nominate, partecipi – lì.

l’inverno racconta una parola un racconto bian-

co :::::::::: l’inverno brilla di nuovo una volta

la luce è quello che ti vede e stai com’è soltanto

esistere com’è ovunque in ogni cosa.

 

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