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*

Lo aveva già detto,

non si era sprecata – col fiato, la muta

di parole in procrastinazioni, ché

andando per il sottile, si sa – non si arriva

dove si vuole – poi, come si deve, si fa.

Lo farà, si è già stesa: tra

ombra e veduta, è lei la più limpida

delle panoramiche aspirazioni. Car-

pendo, premura, ogni cosa. Ogni

singola permutazione, in fare come.

Non lo diceva – tra se a inizio frase e

futuro piuttosto che sbagliare il con-

dizionale, c’è sempre un verbo a sortire

l’effetto collaterale, e forse è ancora fatto

di attenzione, a non troppo chiosare (af-

fare, al plurale carriere).

 

 

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un cinema, cinema – a cadere. Sì, ad accadere. La luce che corsara riscopre i più distratti movimenti, li compie, anzi – fa duetti con essi. E i movimenti, si sa, sono dei corpi – e questi hanno continui, presunti, quasi sempre onesti travestimenti. Quel che più potrebbe saltare all’occhio, su questo ponte, in questa biblioteca, stamani è quest’uomo a me di fronte, sullo stesso tavolo, non ve lo racconto. Al cinema, il voi è stato inventato per prima, ma non è il primo dei protagonisti. Precedentemente a noi, soggetti, attori spettatori, pare sia stata sempre una scelta della luce e del buio, per poi definirsi pian piano un cinema animale. Appena appena, in mezzo ci stanno sempre i fantasmi. O, da quest’altra parte. In prospettiva, verrebbe da dirsi, arrivano poi le storie – che già erano lì. Ma senza quell’enfasi dei narratori che vorrebbero significare tutto, blaterando forbitamente di cose senza moto (e troppo senso aggiunto, spesso – che non dà al lettore il tempo per raggiungerlo!) che nessuno davvero vorrebbe sentirsi raccontare. Non è il caso di quella minuzia di particolari che opera (da fuori a dentro, fino al respiro di ogni movimento, di cosa animata o no che sia, e di persona, silenziosa o no che sembri) Virginia Woolf, lì è tutto talmente vivo, che le pagine di ogni suo libro, a distanza di un secolo e di numerosissime traduzioni, vibrano alla stessa voce del lettore. Riprendere quel sentiero – ancora un cinema a traccia, lettura con vista da rintracciare, o vista con lettura da intrecciare – della lettura a mezza voce, dalla lingua vera di chi scrive, e tutto sembra nuovamente reale, o, non reale, semplicemente vivo, ancora e ancora – una scena passeggera, e per ciò, futura – non diciamo eterna, rischieremmo di affidarci soltanto all’apparenza di una struttura fissa, fine al suo significare senza fine. Vien da credere che futuro comprenda – in scena – presente e passato, molto imperfettamente, ineludibile e trattenuto, viene da dire che anche il cinema pare provenire da lì, il futuro che sta (già, -va, è /-to). A portata di un  fuorimano spazio. Il sonoro è, parte di questo, parti che fa il suono e lascia il rumore come il fondo perduto di una stanza di un panorama di una faccia, il sonoro è lineamento, fondamentale per ciascun ritratto, sia pure una natura morta, suono natura brulichio tremore scorreria fracasso casa foresta piena. A portata di un fuordimano silenzio.

 

 

 

Mi vieni dal tempo, seppur non sia ora, fu, sarà e fosse stato. Mi porti fortuna, non guidandomi – non portandomi a fini. Le scarpe sono state, e adesso saranno, se sono e non fossero. Mentre richiamo un fermo respiro, richiamo di int ed est. Educo. Chi lo sa, lo fa, e se non lo sa, lo fa probabilmente ancora più consapevole – tengo una pausa a mente. E’ la musica, non ragionata, a concedersi uno scientifico procedere e costruirsi di andamenti del suono, nel suono spesso filo, a silenzio. Sappiamo ciascuno di agitare una scienza. Senza concetto – è il concerto di naturalezza di un modo, dei modi di un modo, in parti probabilmente non sempre manifeste al mondo. Ma molto esposte, inoltre – come tutte le facce, come tutte le finestre, le cose chiamate così per la loro prospettiva, dimensionalità, e il nodo, semplice che le lascia, slancia e riallaccia. Cose a cose, noi a loro, di nuovo e chissà.

Questo è un prezzo
 – delle cose che
        si fanno spalla
                fra loro
   – prestami la tua
                   ombra, non
                      si dicono –
   fammi luce adesso                         o un gioco
                                                                     apostrofo
                                                                    che val lo
                                                                                stesso
CIMG0044-Pierre Huyghe, (un fotogramma da) A Journey That Wasn’t, 2005 (OGR Torino)

 

Questi colori

      hanno un lato

      orma tronca

     che ricolma il passo

.

 questi rami

       hanno un’ora grondata

    tra discorsi appena

            caduti, ripresi

.

         dai marciapiedi

.

Il colore è come l’occhio

  e non ricambia, fa

            il suo sguardo

.

e  pure

             lo riflette

        solidamente / ci riporta

                                intorno

                            da corpo a corpo accapo*

.

.

(*) da lì

  al vertice

  del filo

 

CIMG0333-a.v., giampaolo de pietro

 

CIMG0189-.jpg

 

Verso estate, ci si

perde. È possibile

che io mi lasci

andare. E che siano

le parole, senza

tetto. Senza i

come, campanelli.

 

 

 

 

CIMG0119-.jpg

 

 

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