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(…)

Scrivere con alle spalle tutti i clamori del mondo, esistono anche le dichiarazioni dei fascisti dell’ordine nuovo: intellettuali di sinistra, portavoce interessati di un mondo che non esiste o esistenti nei limiti della cronaca nera e della patologia sociale. La nostra sofferenza, il pàthos estremo. Altre volte immaginavo la scrittura come la salute, la parte migliore del sottoscritto, la scrittura diventa la cosa, in queste scritture è tutta la mia salute immaginaria e se il critico più o meno immaginario scrive che le mie poesie sono dirette ad un ricevente che non esiste, l’esistenza del mittente non può essere messa in dubbio neppure oggi all’inizio di un nuovo millennio. Riferire il grado raggiunto del nostro complotto poetico, esprimere il massimo delle rivelazioni con un linguaggio il più ludico possibile, un linguaggio che dovrebbe essere anche irrisione dei linguaggi aulici, autorizzati, come se il vedere fosse possibile solo attraverso una grazia gratuita data disinteressatamente essendo tutti peccatori e non meritano che l’inferno della cecità.

(…)

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una sensazione solenne sentire –

nel fondo, l’anima che poco per volta matura –

mentre pende dorata – e la scala

del creatore poggiata lassù –

e sotto, lontano nel frutteto

senti una creatura cadere –

.

una sensazione stupenda sentire

il sole che ancora s’adopra intorno

alla guancia, la tua che credevi compiuta –

mentre lo sguardo – critico e freddo –

sposta un poco – il picciuolo –

per controllarti – nel centro profondo –

.

ma sensazione ancora più solenne – sapere

che l’occasione della tua vendemmia

si fa un poco più vicina – ogni sole

è l’unico – per certe vite.

.

(1862)

 

 

 

 

 

Si è levata una luna trasparente

come un avviso senza minaccia

una macchia di nascita in cielo

altra possibilità di dimora. E poi.

Siamo invecchiati.

Il volume di vecchiaia

è pesato sul tavolino delle spalle,

sugli spiccioli di salute.

Cos’è mai la stanchezza?

Le cellule gridano

chiamano l’origine

vogliono accucciarsi

nel luogo prima del nome

nello spazio che sta tra cosa e cosa

e non invade gli oggetti

li accarezza e li accalora.

Non smettere di guardare il cielo

ti assegna la precisa misura

fidati della vecchiaia

è un burattino redentore.

Dopo tanta aritmetica

la serenità dello zero.

 

 

 

 

 

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 *

 

UN’ANTICA ABITUDINE

A un certo punto

ci prende un’ombra

e non sappiamo più chi siamo

e perché siamo qui.

L’estate brucia gli occhi

avvampa la montagna

tenebra fuoco immensità di un altro mondo.

All’orlo ci trattiene ancora

un’estrema pazienza,

un’antica abitudine del nostro povero dire

spento e vivo

in altri che saranno,

remoto nella mente che ci assume.

 

 

 

La finestra

Cosa si vede:

Un vecchio dà da bere

dal palmo della mano

a una piccola pianta

spinosa.

Una sedia sul tetto.

Un uccello

vola laborioso

la guarda

girando il collo

grigio chiaro,

prosegue.

Un cancello

si apre meccanico

la sua ombra elaborata

si riflette sul soffitto.

Mezzo uscio aperto

mezzo chiuso.

Da quello aperto

si intravede la bambina

seduta

a occhi chiusi

sul letto.

Quello chiuso

nelle venature del legno

ha grandi occhi

spalancati.

Larghe strisce bianche

sull’asfalto

le gocce di pioggia

a balzi

le saltano.

Le piante

di chi è morta

lasciate in cortile

perché si innaffino

da sole.

Le scarpe della bambina

sul pavimento

una diritta

l’altra sdraiata sul fianco

molto usate

non lucidate

le stringhe

nuove nuove.

Una fotografia appoggiata al muro:

tre giovani e bambina.

La bambina più che altro

un burattino,

più sorridente

più felice di loro,

troppo presente,

quasi fuori scena.

Lo zerbino

rosso, impigliati

molti peli di gatto

fili

granelli di polvere

un bellissimo frammento

di sorriso.

.

 

 

Giulia Agostini.jpgfoto di Giulia Agostini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Furtivamente, nel gocciolante intervallo

fra due scrosci, uscii a guardare.

E un luna schermata aveva allargato i suoi raggi

a compasso su un monte a forma di cono

nella foschia di mezzanotte – come

se il responso finale fosse il suo,

e fra le due aste misurandosi

più alto svettò il monte, in sé raccolto:

così fra due mani l’amore terrà un volto.

 

 

lentissimo era il volo della notte

ora si fa veloce

la stagione si apre

da un minuto all’altro

 

27.3.1982

 

(…)

L’ospite terrestre che sbarcherà su Marte

trarrà con un sorriso un pugnetto di terra –

un pugno dell’ardente,

dolcissima, amarognola

madre-terra,

che rotola lontano!

.

(Andrej Voznesenskij da La terra – trad. A. M. Ripellino)

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