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UN’ANTICA ABITUDINE

A un certo punto

ci prende un’ombra

e non sappiamo più chi siamo

e perché siamo qui.

L’estate brucia gli occhi

avvampa la montagna

tenebra fuoco immensità di un altro mondo.

All’orlo ci trattiene ancora

un’estrema pazienza,

un’antica abitudine del nostro povero dire

spento e vivo

in altri che saranno,

remoto nella mente che ci assume.

 

 

 

La finestra

Cosa si vede:

Un vecchio dà da bere

dal palmo della mano

a una piccola pianta

spinosa.

Una sedia sul tetto.

Un uccello

vola laborioso

la guarda

girando il collo

grigio chiaro,

prosegue.

Un cancello

si apre meccanico

la sua ombra elaborata

si riflette sul soffitto.

Mezzo uscio aperto

mezzo chiuso.

Da quello aperto

si intravede la bambina

seduta

a occhi chiusi

sul letto.

Quello chiuso

nelle venature del legno

ha grandi occhi

spalancati.

Larghe strisce bianche

sull’asfalto

le gocce di pioggia

a balzi

le saltano.

Le piante

di chi è morta

lasciate in cortile

perché si innaffino

da sole.

Le scarpe della bambina

sul pavimento

una diritta

l’altra sdraiata sul fianco

molto usate

non lucidate

le stringhe

nuove nuove.

Una fotografia appoggiata al muro:

tre giovani e bambina.

La bambina più che altro

un burattino,

più sorridente

più felice di loro,

troppo presente,

quasi fuori scena.

Lo zerbino

rosso, impigliati

molti peli di gatto

fili

granelli di polvere

un bellissimo frammento

di sorriso.

.

 

 

Giulia Agostini.jpgfoto di Giulia Agostini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Furtivamente, nel gocciolante intervallo

fra due scrosci, uscii a guardare.

E un luna schermata aveva allargato i suoi raggi

a compasso su un monte a forma di cono

nella foschia di mezzanotte – come

se il responso finale fosse il suo,

e fra le due aste misurandosi

più alto svettò il monte, in sé raccolto:

così fra due mani l’amore terrà un volto.

 

 

lentissimo era il volo della notte

ora si fa veloce

la stagione si apre

da un minuto all’altro

 

27.3.1982

 

(…)

L’ospite terrestre che sbarcherà su Marte

trarrà con un sorriso un pugnetto di terra –

un pugno dell’ardente,

dolcissima, amarognola

madre-terra,

che rotola lontano!

.

(Andrej Voznesenskij da La terra – trad. A. M. Ripellino)

 

Come un razzo il destino vola lungo una parabola.

Di solito nel buio e più di rado lungo l’arcobaleno.

(…)

(Andrej Voznesenskij da Ballata parabolica – trad. A. M. Ripellino)

 

 

55

 

qui mi sembra che ci sia, la mattina,

una sega che taglia a fette la casa;

quando avrà finito il suo lavoro

l’ultima parete cadrà e la stanza da letto

rimane spalancata

sopra una frana di immondezze e calcinacci,

lì posso gettare quello che è rimasto

 

mi siedo sull’ultima sedia e aspetto,

verrà l’inverno, la prima nevicata autunnale

sta soffiando dentro e all’aria affido un biglietto:

«come ha scritto un bambino, una volta ero un disegno

ma adesso sono un albero» e so per certo

che voleva avere le foglie

 

La Cheirasca, 4.5.1980

 

Io, assonnato, al mattino presto

le vedo andare in bicicletta

lungo il viale: le mie figlie

A, S, vanno al paese.

.

Fossi capace di disegnare,

vedresti nascere un’immagine

in cui sarebbero per sempre: come fili

(sono già quasi alla strada

dove comincia la provinciale per il paese)

i loro capelli fluttuano nel vento

alla foschia del sole.

.

Adesso dovresti credere alle mie scarne

parole. Guarda, un raggio

luccica o il campanello. Un velo

di luce allungata entra

per la finestra aperta.

.

Sono già oltre gli alberi.

Ma tu ancora vedi fluire i loro capelli

nel pensiero. Ascolta. Le biciclette

frusciano ancora nei tuoi occhi.

.

Sono sicuramente la cosa più amabile

fra tutto ciò che traspare

in quel grande verde: A, S. Le vedi?

Allora puoi leggere, alla fine, questo verso:

impresse nella tua testa

non si smarriscono per un attimo.

da WILLEM van TOORN «Gioco di simulazione» (Poesie 1960-1993) Fondazione Piazzolla 1994

 

(…) travailleurs du silence

//

Chaque visage apporte un horizon

//

(…) operai del silenzio

//

Ogni volto porta un orizzonte

//