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5

 

 

Quanto vi è

di grigio nell’inverno,

 

 

 

 

ogni specie di grigio,

tutto quello che va

 

 

 

 

dal quasi bianco di certi angoli di cielo

al più cupo delle terre, delle lontananze, delle nubi.

 

 

 

 

Ogni grigio è ancora

per il mondo un modo

 

 

 

 

di provarsi eguale

a chi si crede pago

 

 

 

 

di non avere in sé

altro che lacerazioni,

 

 

 

 

e che sempre spera

vedersi senza troppo sforzo

 

 

 

 

presto rimodellato

sul suo nocciolo di gioia.

 

“tutti aspettano, anche per ore”.

ciascuno urgente, gigante.

 

i discorsi avventurano l’ombra

e gli impegni non vengono meno,

 

le case che ritroverai al loro posto

se torni dopo, entro questa era

 

e non ritorni che dopo avere aspettato,

ma da un’attesa che misure rimaneggi

 

se non riesci a dire in questo lasciar spoglio

il ricordo spesso di un lontano apprendistato

 

se non sono da meno l’essere andati oltre

e rimasti sulla soglia prima di potersi, ad

 

esempio, toccare

fino alla prossima ombra o immersione in mare

 

 

giadep:

Grazie a Interno poesia, ecco a voi questa meraviglia

Originally posted on Interno poesia:

Czeslaw-Milosz

Prefazione

Tu, che non ho potuto salvare,
ascoltami,
cerca di capire questo linguaggio semplice, mi vergognerei di un altro,

non possiedo, lo giuro, la magia della parola,
ti parlo tacendo, come una nuvola a un albero,

ciò che fortificava me, per te era mortale,
hai scambiato il congedo di un’epoca per l’inizio di una nuova,

l’afflato dell’odio per bellezza lirica,
la forza cieca per forma compiuta.

Ecco la valle dei bassi fiumi polacchi. E il ponte enorme
che avanza nella bianca nebbia. Ecco la città infranta
e il vento scaglia contro la tua tomba gli stridi dei gabbiani,
mentre parlo con te.

Cos’è la poesia che non salva
i popoli né le persone?
Una complicità di menzogne ufficiali,
una cantilena di ubriachi, a cui fra un attimo verrà tagliata la gola,
una lettura per signorinette.

Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,
che ho capito, tardi, il suo fine…

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Buon ascolto, la musica di Stanley Brinks è proprio una delle più belle sorprese degli ultimi anni, per me – spero possiate goderne anche voi, mentre scoprite i vostri santi in calendario, o mentre vi avvicinate a via di spingere le ore di lavoro, appropriandovi di un calore dall’estate che sforna giorni come pani per affamati (e anche affannati)

e non può che essere artista prolifico, Brinks – varie forme della sua arte, in collaborazione con altri musicisti, le troverete recandovi a questi link con tutto l’orecchio che potete (se vi appassionerà, sia chiaro):

http://www.thewavepictures.com/

http://www.freschard.bandcamp.com (Clemence Freschard)

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(…)

«I signori viaggiatori sono invitati a depositare alla cassa il loro denaro e le armi». Ce l’ho ancora con me, ma avrei trovato indegno farne menzione. Non c’era cassa né veri viaggiatori in quella baracca, che sembrava una casa di nani. Il cartello era indubbiamente di un modello che serviva nella contrada indifferentemente per uno qualsiasi dei rari locali pubblici, che si aveva la ventura d’incontrare. D’altra parte lì sono quasi inutili. In quelle solitudini, la legge dell’ospitalità è un obbligo vitale.

Ritornai rapidamente alle mie analisi di sociologia delle religioni, delle guerre e delle letterature.

Studiai la retorica dei sogni e le immagini della poesia. Rimase il fatto che per la prima volta mi ero sganciato dallo stampato. Avevo rinnegato la parentesi.

 

 

Era questa una fessura che doveva allargarsi segretamente. Mi applico, oggi, a ricostruirne il progredire, come troppo tardi l’ho potuto misurare. Indubbiamente per questo motivo, nei miei libri di questo periodo (quelli che oggi suscitano in me una certa malinconia) circola e cresce, malgrado la loro aridità, un passaggio di acqua viva che vi getta qua e là e sempre più frequentemente, un riflesso insolito che il grigiore generale spegne rapidamente. La astuzia più efficace di questo filo estraneo fu indubbiamente quella di guidarmi nella scelta dei miei lavori analitici. Ne dirigeva l’ispirazione. Non mancava mai di farmi balenare il tema, in cui aveva maggiori possibilità di potere affiorare con la migliore apparenza di legittimità. Dava il cambio alla mia vigilanza in modo che, illudendomi di condurla su un terreno nuovo, le comunicavo, a mia insaputa, un fermento capace di corromperla e di sconvolgerla, ma che si rivelava anche – almeno così mi persuasi al più presto – adatto ad aggiungere un complemento salutare. Momentaneamente, mi vergognavo di questo sotterfugio. Nello stesso tempo, lo stimavo indispensabile, in qualche modo essenziale per gli argomenti che trattavo: quelli della vertigine e del sogno, per esempio.

La maniera rigorosa e aggiornata con la quale continuavo ad affrontare i miei soggetti arricchiva le sorgenti e le referenze, le emozioni soprattutto, che si mascheravano d’impassibili argomentazioni. Non prevedevo che doveva inevitabilmente arrivare un momento, in cui l’insieme si sarebbe capovolto.

Nell’attesa m’illudevo di scoprire terre relativamente vergini, in ogni caso senza importanza. Credevo d’impiegare meglio, sebbene per un uso inedito, i metodi in cui ero stato istruito. Non ero lontano dal sospetto che io li riportavo sempre più contro i disegni, che erano stati trovati per essere utili. Non potei evitare che il lato notturno della natura fosse il solo che in fin dei conti mi seducesse. Applicandomi ad esplorarlo nella misura dei miei mezzi, ridiventavo clandestinamente fedele al mio istinto primitivo. Mi servivo della coerenza come un’arma per avere ragione della ragione e dimostrarne la dannosa, l’ingiusta ristrettezza.

(…)

 

Roger Caillois, in Il fiume Alfeo (Sellerio editore, 1980)

giadep:

Loredana Di Pietro su David Foster Wallace in Carteggi letterari

Originally posted on carteggi letterari:

TENNIS, TOPOGRAFIA, TRIGONOMETRIA, TORNADO. Il cosmo matematico di DFW

Ithaca, New York, Philo e Urbana-Champaign, Illinois, Amherst, Massachusetts; Yaddo, New York, poi ancora Amherst e Urbana-Champaign; Tucson, Arizona, Boston, Massachusetts, Syracuse, New York, Bloomington, Illinois, e Los Angeles, California. David Foster Wallace è stato uno scrittore statunitense ed ha vissuto in molte città, in territori assai diversi degli USA: nato sulle dolci colline a nord di New York, cresciuto nel Midwest che sarà sempre casa sua, in tournée in tutti gli stati, e in particolare nella colta New York, insegnante nelle università cosmopolite della West Coast. Da adolescente, era stato un promettente tennista, dotato della capacità di “giocare a tutto campo”, ovvero di tenere a mente in ogni momento le proprie coordinate, quelle della palla e dell’avversario, tenendo conto della variabile del vento (ci scrisse su il formidabile racconto di cui si parlerà in seguito) e…

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