DAL  « POEMA DELLA SCALA »

Marina Cvetaeva (trad. di Pietro A. Zveteremich)

 

Le cose dei poveri. Forse la stuoia

è una cosa? Ed è una cosa – quest’asse?

Le cose dei poveri – pelle e ossa,

tutta carne, soltanto angoscia.

 

Dove le hanno prese? All’aspetto – da lontano,

dal profondo. Non affaticare l’occhio.

Le cose dei poveri – come dal costato:

l’ha ritagliate dal torace.

 

Lo scaffale? Un caso. L’attaccapanni? Un caso.

Un caso pure – questo fantasma

di poltrona. Cose? No, sterpi e rami secchi –

tutto un bosco d’ottobre per intero.

 

Timida mobilia della miseria!

Quanto vale tutta insieme? Un niente!

Da tempo cosa – palesemente in cielo!

Guardare te – fa male.

 

Da te, come dalle piaghe, è difficile

la vista peccaminosa distogliere.

Sedia viennese – ma che c’entra Vienna –

Chi? Quando? – terribile cosa.

 

Dalla migliore di tutte – qui disonorata

sarebbe – la casa? Macché! – la soffitta

vostra. Soltanto qui è divenuta cosa

la cosa. Per voi un sopracciglio insorto a punto “?” –

 

sì, questo. Davanti al cencio importuno, vedovile,

che cosa? – il sopracciglio in su! (come un occhialino –

il sopracciglio!)  E’ bravo a interrogare col sopracciglio

l’occhio. Certe volte anche l’occhio è un – oggetto.

 

Così, certe volte, è vuoto esso ed è arido –

l’occhio femminile, meraviglioso, grande,

tanto che – paragonate! – sembra spirito –

la tinozza, il catino col turchinetto – anima.

 

Alla pari col catino e col setaccio.

Sì – al re! – in tribunale!

Ognuno, qui chiamato poeta,

quest’occhio ha conosciuto su di sé!

 

Della miseria – timida masserizie!

Ogni coltello – conosciuto di persona.

Come una creatura – che aspetta il mattino,

con qualcosa qui – con tutto fuori della finestra –

 

quella vuota, quella che dà – sui sobborghi –

quelli – hai letto la cronaca dei furti?

Cose della pulizia e dell’onore

segno di riconoscimento: non le accettano come bagaglio.

 

Perché è debole nelle giunture,

perché va in pezzi sotto gli occhi,

perché su cento carri

non si potrebbe trasportare…

 

in lacrime –

 

perché non è un tavolo, ma marito,

figlio. Non un armadio, ma il nostro

armadio.

Perché i cuori e le anime

non si danno al deposito bagagli.

 

Le cose dei poveri – più scipite e più secche:

più scipite del tiglio, più secche dei ceppi.

Le cose dei poveri – semplicemente – anime,

e per questo bruciano così facile.

 

 

Luglio 1926

 

 

 

 

 

 

 

.. E forse un giorno, se non perderemo la speranza, noi ci ritroveremo.
Mimi in Tournée di Mathieu Amalric
 
 
 
Apro il portone di
casa nostra
passa un uccello
sopra la porta e
sopra la testa
possa volare
anche l’ora al
pomeriggio
restare come la
luce che ruota
piena e vuota
fino a colmare il
cielo di un
giorno nell’altro il tempo
mai la mancanza
tutta questa
mancanza che
crea e crea
aerea e sensibile
come il presente
delle nostre
mani i nostri
trascorsi mattini
a parlare al
futuro come
fosse l’uccello questo
plurale a volare  sopra la
porta di casa
nostra e la testa
fino davanti al
portone ad
aspettare
ancora.

edge-of-somewhere

Quasi tutti  gli

inverni scritti nei

volti, i lineamenti

scomparsi, i

tratti sui fogli.

Quasi tutti,

esclusivamente

scritti a mano segnati

a penna, ma

anche battuti

 a macchina. A

mano per gli occhi

e le attenzioni, le

resistenze e i piovosi

rintocchi immaginari, l’

impaginazione a rimbocchi

tra il nevischio e il

minimo conforto

dei piedi freddi, le immaginazioni

di quasi tutti gli altri inverni

Arrival - Gale Antokal

Arrival
2007
chalk, graphite, flour, ash on paper
23.5″ x 14″ (30″ x 21″ frmd)

cosa ascolto e sempre leggo e chi

 

Walter Benjamin

KAISERPANORAMA*

Viaggio attraverso l’inflazione tedesca

in Strada a senso unico (einaudi)

 

III.  Tutti i rapporti umani di una qualche consistenza sono investiti da una limpidezza penetrante, quasi insopportabile, a cui difficilmente riescono a reggere. Perché, stando da un lato il denaro in modo devastante al centro di tutti gli interessi dell’esistenza, ed essendo dall’altro proprio questa la barriera contro cui si infrangono quasi tutti i rapporti umani, ecco che più e più, nell’ambito naturale come in quello morale, scompaiono la fiducia spontanea, pace e salute.

VII.  La libertà della conversazione si smarrisce. Se prima, tra persone che conversavano, era ovvio interessarsi dell’interlocutore, ora quest’interesse è sostituito dalle domande sul prezzo delle sue scarpe o del suo ombrello. Inevitabilmente s’insinua in ogni discorso il tema delle condizioni di vita, dei soldi. E in primo piano non stanno tanto i crucci e i disagi del singolo, dove forse gli interlocutori potrebbero aiutarsi a vicenda, quanto la disamina dell’insieme. È come se si fosse prigionieri in un teatro e si dovesse seguire, volenti o nolenti, lo spettacolo che viene rappresentato, volenti o nolenti se ne dovesse fare l’oggetto di pensieri e parole.

(*) Il Kaiserpanorama era una specie di antenato del cinema: le immagini si susseguivano dentro stereotipi a cui gli spettatori avevano accesso singolarmente

(*) ho fatto, o s’è fatto, stamani una sorta di collage tra i titoli ascoltati, sempre con grande sorpresa e gioia, di Elliott Smith, e:

“nessun nome mi raggiunge quasi finito

dove io lo trovo -

vi posi (o dedussi) - ritratti di me

 
 
p.s. – non lo reputerei tanto un gioco, quanto un esercizio d’ascolto – chissà cosa ne pensate –  L., M.  —  e gli altri! ! !

In Sibyllae da Il buio e lo splendore (i Garzanti Poesia 1989)

MARGHERITA GUIDACCI

 

 

 

Cumana

 

 

 

I

(Deìfobe, di se stessa)

Del vaticinare con la foglie

 

 

 

                                                     Io nulla scrivo sulle foglie. Vi leggo

                                                     quel che le foglie recano già scritto

                                                     in sé, nelle intricate nervature

                                                     simili a vene sul dorso della mano

                                                     o linee incise nel palmo. Il mio sguardo,

                                                     che segue il biforcarsi di vie segrete,

                                                     coglie ad incroci turgidi di linfa

                                                     i nodi del significato. Così

                                                     si fa più chiaro il messaggio.

                                                     Ma quella che tu chiedi, e che tu chiami

                                                     la mia risposta, non è mia, e neppure

                                                     è una risposta. È la vita che parla

                                                     in ogni cosa viva, mentre passa

                                                     verso la morte. Vi pongo di mio

                                                     soltanto un giusto angolo di sguardo.

                                                     E il calmo gesto con cui, dopo averle

                                                     lungamente scrutate, affido al vento

                                                     queste mie foglie, e il vento se le porta,

                                                     esso solo compiendo

                                                     per un diritto immemorabile

                                                     il sussurrante vaticinio.

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