FEBBRAIO


 
nessuno ti dice perché custodisci
 
e se è l’opera a custodire se stessa allora ci nascono figli
 
come lunghi alberi silenziosi
partie-de-campagne-1637-x-44-cm2011-575x454 - Jan Vanriet

☟Instantánea Opuscular - Imager Margaret Morris dancers (1934)

giadep:

Lettura toccante di Sebastiano Aglieco a un libro toccante di Saragei Antonini

Originally posted on COMPITU RE VIVI:

Saragei Antonini EGREGIO SIGNOR TANTO, CFR 2013

sarageiAl signor Tanto, un personaggio che dà il titolo questa raccolta, è indirizzata una lettera in cui si dice che questo signor Tanto è andato a vivere, finalmente, in una stanza al buio. Forse egli è un musicista che ha perduto l’udito, qualcuno che si è ammalato nel corpo, non lo sappiamo. La lettera sintetizza, infatti, lo stile surreale di questa scrittura e ci aiuta, però, ma lo capiamo ad ogni angolo di pagina, a delimitare l’immaginario poetico di Saragei Antonini; dico “delimitare” proprio perchè è una scrittura che utilizza il campo semantico della casa – oggetti, situazioni, persone in ombra – preoccupandosi spesso di scongiurare qualcosa che potrebbe avere il nome di perdita, di irruzione.
Il libro sembra quindi passeggiare tra cose e microstorie reinventandole con l’occhio sognante di un’Alice che tuttavia non ha mai abbandonato la sua stanza e non si…

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Ellen Auerbach 2

Ellen Auerbach 2

 

 

Lontano scade
un’ora, un giorno
nella mano
e qui è, che cado,
un ora
e un sollevato

 

Proprio non ricordando la provenienza di questa fotografia scattata “su di un video”, decido che molto mi piace – mentre riascolto Myriam Gendron intonare Dorothy Parker (mi ricongiungo così al post che precede) e trascrivo Inverno di Beppe Salvia che voglio “presentare” a una mia cara amica – e allora copio anche qui l’ultimo paragrafo (anzi, gli ultimi due) da questa sezione del libro CUORE (cieli celesti) di Salvia che ho avuto la fortuna di trovare e prendere in prestito presso una già amatissima biblioteca vicino casa.

*
Io scrivo di notte, mi suggerisco che scrivere. Io
vivo in quei fogli davanti. Mi piacciono bianchi,
mi piacciono scritti. Mi piace se canta Lydia
Lunch o Vittoria Spivey. Non sono ordinato. Le
mie righe lo sono. Distinte le une dall’altre. Perché
è peccato sciupare una notte per non dire che il
vero. Il mio mestiere l’ho appreso soltanto da me.
Io distinguo due cose nel buio. Io penso, e posso,
ordinatamente, contraffare tutto che mi circonda.
Io ricordo, e d’ogni memoria niente mi è possibile
mutare. Questo v’insegno: v’è arte e sappiatela
usare; è possibile altrimenti sapere di sé, a tal
modo affranti che il dolore ormai tutto compren-
dendo, al cuore soltanto affidi la beffa sua più
bella e più misera, dimenticare.
*
hanno corso hanno inseguito le volpi nella baia di
neve tra alberi quieti. poi notte e nel sonno dei
vieti cacciatori tornano gli odori della neve, la
spina del gelo negli occhi, nei cuori il colore del
sangue il sangue tra i denti veri dei segugi, e in
gocce giù buca la neve, fredde a latrare le urla dei
cani.

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Sto ascoltando, in questi giorni finalmente, un disco che ho desiderato(di)approfondire dal primissimo ascolto. La mia curiosità non è stata tradita né spesa invano nell’attesa di poterlo fare, e sono giorni che ascolto, e che poi me lo porto e rifletto semplicemente sull’infinite potenzialità dell’emozione che crea, anche in musica, la semplicità – della difficoltà di incontrarla e di saperla produrre, così com’è. Potrebbe dirsi poi “cantabilità”, melodia che fa, agisce – ma la chitarra che Myriam Gendron “prende” e orchestra in questo disco così cristallino e anche un poco roco (non intendo mica “sgradevole” come potrebbe dire quel sapientino del dizionario – ma nel mio non-dizionario per accezioni, se volete seguirmi, che intende una grazia della semplicità che si fa “perfettibile” proprio perché non perfettina, e neanche esatta, come una linea a mano nuda che un tantino tremola e magari, per renderne la direzione si ripassa un’altra volta con la medesima mano nuda e si doppia un poco, stratificando l’inchiostro nei due momenti della stessa traccia, che ne risulta fortificata, più bella se possibile), immagino somigli più che mai (la chitarra, ma anche la sua voce, così viaggiatrice), “compili”, laddove sia possibile i versi non cantati dalle poesie scritte di (e da) Dorothy Parker. Il pensiero è che non potevano che essere composte così, queste poesie. La mia riflessione era, ripensandoci, giorni dopo il primo ascolto completo:

Classica e originale. Come i sogni.

http://myriamgendron.tumblr.com/

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