il paesaggio è una questione alfabetica
Daniele Alberto Morello, Libro della vaganza (Giuntina ed.)

Tempi soffrono
direzioni,
dimensioni
indicazioni.
Effettivo l’uscio
al cuor. Un
signore in zoccoli
fuma. Dice il
manifesto da
bere, “fortuna è
un’attitudine”.
Poco più in là dal
centro abitato il
sole s’era
dedicato un
discorso al quasi
periferico
rivolto, se a
distanza colora
l’ombra le ombre
a risollevarsi
quasi tutte dai
distratti ai posti
scomodi. La
signora apre la
valigeria. Chiudo
gli occhi estendo
le mani, chiudo le
mani e stendo gli
occhi. Cosa
succede a una
micro distanza.
Non cancellando
nomi da declini.
Il prato scende
discorso fra tre
corsie differite.
Sarà più
ombreggiata la
strada del bruco
o l’eco di farfalla.
Ho, come capito

Anonimi e altri eroici.

Un semino piantato
- di carrubo, tra il fiato
e il braccio. Col sole
fiutato nel volino di
farfalla, a una spalla
bianca spolverata ap-
pena, un’onda di schiena
e velluto sul dorso
fondo di una mano,
un arcobaleno a
tratto sotto le borse
degli occhi tra
la scintilla severa
e quella serena dei casi
autorizzati dal dato
al fato di accorgersene
e viceversa il capo
chino di bacio
nell’onda di un abbandono
cascato dal vortice
dei capitoli e il libro
dei capitomboli
registrati in acqua
dai tuffi perenni e
i saluti in forma
di avanzi di tempo

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specchi in
avanti gli occhi di
tutti quanti i
giorni questi. No
no, dio non è il
tempo, forse un

Certo aperto,
titolo cielo, il.
Tetto, vetta,
letto, rincorsa.
Cielo, tuo ri-volto
buio, coperta di
risvolto e risvolto
di copertine

*

Il vecchio metodo
della gentilezza
il tempo spiega.
Per favore piovi pulito

*

Voglio un’ora di
riposo che parta
dalla schiena e
arrivi al
sessantesimo
minuto seduto o
in piedi che sia,
l’ora di riposo
mia.

Accettare- è
mettere il mio
bene-
impegnarmi a
fare- in ordine
che viene, prima
del dare- al mare -
considerarlo di
molta acqua e
tanto sale-
aspettare, e
intanto
mettermi nella
mia stessa fila-
sapendo che c’è
un tempo e non
c’è tempo- non
ce n’è, oltre il
movimento- nel
fermo,
immaginare- di
continuo- altri
accenti- anche a
presagire-
ascoltando, già,
va, bene. Titolo,
testure e lime

Premi
la parole più
stanca che hai.
E non è la parola
più stanca che c’è.

Vita a farfalla, è
questa e quella.

Avere.
Terreno.
Ciel’astro.
Il vestito aereo.

Non c’è niente che
gli caschi di mano
e non si ricordi
del braccio e del ramo.

Poesie temperamattine.

Che faccia che
fai che bocca
che hai. Che strade
le parti che passano
tra occhio e occhio,
tra naso e mento,
tra un ginocchio e l’altro,
dall’ombelico al tallone.
Ci penso sempre,
tra il cappello di paglia
e il biglietto, tra
la scoperta e il bisogno
di dimenticarlo sempre
e trattenermi la sorpresa
in caso di disperazione

un foglio spoglio
tra il bianco e il disegno.

Sai, l’arte ha una e altre(sue)storie alquanto sottesposte.

Ci si guarda fino alla fine del marciapiede
ci si espone fino alla fame di sete e passeggiate.
Fino al viso in finito.
Fino a questo mio libro muto.

Che forse non dimentico
niente dimentica neanche
l’ombra e neppure è,
l’ora, di,
sempre (addì)zionante(niente,
addendo)addent(r)o.
d(i)ritti, a impronta
(di treno)

north star deserter

La parte femminile del buio
Milo De Angelis

Nonostante
tutto m’innamoro,
nonostante
tutto mi consolo

Dio sa se ne avevo questa gran

voglia, ammalata com’ero

e dentro un chiuso inverno di città.

Ma poi lo vidi così insolito che

soltanto per toccargli quei capelli

ricchi e lunari

e il viso di fermezza

una volta di più m’innamoravo

Chris Burden Shoot, 1971

Chris Burden Shoot, 1971

Azzurro s’è fatto
voce s’è fatta tutt’
azzurra. Linea
linfa esterna dopo
la spesa del respiro,
tutto a nominare cielo.
Lindo tuo
sospiro. Che sorrido
e traspare nel traspiro
che ora dico, e dice
azzurro, ragazzo guardi
e la vita ammiri l’
ammirarsi è come
un’amnesia di cammino,
azzurro dà
l’azzurro, mimetizzo.
Senso, sei farfalla e
il più tuo dei bruchi è
azzurro
che culmini in tutti
e tutto d’ammirarli i
giorni fondi di bottiglia
azzurri giramondi i
giorni a lente chiara,
questi e quelli

Davanti
(innanzi)
al tempo
c’è una storia

Del mio scarso
modo di
interpretare il
mondo. Leggere
le cose guardarle
in faccia. Dire
altrimenti che
questo non
basta, bastando
il bastimento di
carta. “un
giovane
contadino con la
felce”. Molto più
onesto, schiudo
passi. Ovvero
orecchi, o tesi
archi, aperti. Solo
il tempo stacca
le mani al
pavimento.

Primavera è
stagione di
traslochi. E i fiori
insistono

*

Becco dirvi.
Parole
abbottonate
abboccate
da’ discorsi.
“Datemi un
tempo, il giorno
finisce lo stesso,
un tempo che
non finisce, in
fine”

http://mattelliott.bandcamp.com/album/the-broken-man

La fetta di pace
sul giorno.

Il
mare il conto
corrente

stanno
riuscendo i
colori.

Sono
tracce. Mosse,
ossa cortecce.
Brezze.

I gesti
ingombrati.
benedetto e
l’ascolto

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