Donald Judd, Untitled

Donald Judd, Untitled

Sento – lo sto ascoltando da tempo – una libertà in questa musica. Di forma e sostanza. Ascolto Adam Cohen e il suo ritmo, il suo canzonìo, e trovo sempre soluzioni di ascolto, nuove – come formule possibili di osservazione del tempo in musica. Di presenza nello spazio dell’ascolto. Il suono (la lingua) della sua parola – che no, non capisco ma davvero mi pare di comprendere – è l’ebraico – il piano e la scena delle sue canzoni sono davvero ricchissimi paesaggi e anche minuziose stanze dalle finestre aperte, se possibile, al futuro. Non senza quella sacrosanta lungimiranza dell’origine che chiama, a ben sentire, sempre – e ci influenza, proprio perché siamo presenti e lo eravamo, nel frutto dell’albero che può anche maturare, di stagione in stagione, e rinascere con la delicatezza dell’unione dei tempi, dalle radici alle immagini che saranno. Così, l’elettronica necessaria a questi suoni è così certosina e “melodica” da confondersi e rendersi, come dire, fruttuosa in bellezza alla bellezza delle composizioni che magari nascono già architettate in quella che è la prima carta, o ancora la numero zero, della semplicità. Come se ogni piccolo movimento non fosse che quella parte che compone una grande danza. Così, composito e tratteggiato nella sua arte dell’arrangiamento, il suono di Adam Cohen è portatore sano di malinconia e gioia, inno alla più semplice delle fasi della vita, danza che parte dall’infanzia e trascina per ritornare sempre alla sua naturalezza così sofisticata, sì, ma proprio per “dovere”, per non saper essere che così. Sono tre i dischi che il giovane artista ci offre in ascolto nella sua pagina bandcamp: http://doomiloom.bandcamp.com/- tutti e tre “organizzati” in suono e temperamento vivaci e nostalgici, sì ben temperati da portarci, in orizzonte e interiorità, all’ascolto con l’impressione e poi la reale sensazione di stare partecipando/assistendo ad un ritmo unico e inequivocabilmente magico, dolce, malinconico e a un passo dal futuro stare al mondo. Buon ascolto, intanto che io continuo a scoprire questo dono:

Paul Klee, Structural II, 1924. Gouache on paper.

Paul Klee, Structural II, 1924. Gouache on paper.

Paul Klee's teaching notes on pictorial creation

Paul Klee’s teaching notes on pictorial creation

fugue in rot

fugue in rot

omedy 1921 by Paul Klee 1879-1940

Comedy 1921 by Paul Klee 1879-1940

P.Klee, Das Tor zum Hades

P.Klee, Das Tor zum Hades

Paul Klee - Lied des Spottvogels von 1924 Foto - Museum

Paul Klee – Lied des Spottvogels von 1924 Foto – Museum

Paul Klee, Hamammet, 1914, 33, watercolor and pencil on paper on cardboard

Paul Klee, Hamammet, 1914, 33, watercolor and pencil on paper on cardboard

 

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Sibylle Baier è per me una maga semplice. Questo suo unico disco è un’intera discografia del desiderio, di cosa si possa fare – in casa – con una chitarra e una voce:prodigiose. Con parole lunghe e “povere”: a perfezione. Tutte le e di questo album sono continuazione. Green, verde – colour, colore – di natura, di sue foglie, di loro alberi, di questi e altri mondi possibili. Del volere bene, quasi e sempre per, un’unica, volta. E’ pomeriggio, si scala la giornata, a ritroso e in un ordine domestico che sa a memoria i nomi di tutte le cose, e dei loro cari, care. Si danza sul posto attraverso il corso di un’ora, un ora e un possibile, risentirsi in contatto col tempo, a fiato consolato e sconsolato nello stesso spazio di un qui colorato inevitabilmente, mimetizzato nel(col-ore) verde. Un sorriso a richiesta, d’orchestra. Dammi un piccolo sorriso. Stanotte. Siamo a un cambio di luna. L’abbiamo scambiata con un sospiro, un sogno, o sorriso. Principio, la malinconia. Precipite. Morbidamente. Cuore di me. Disperso, caduto dalla mattonella, dalla mensola alla mattonella. Ticchettante. Il video, tratto da Alice nelle città di Wim Wenders ha un valore estremamente toccante, non sapevo di questa breve apparizione di Sibylle Baier nel film di Wenders, così, grazie all’amico Andrea Pulcini (in arte Persian Pelican) che nel suo prezioso programma radiofonico notturno, Cinderella(https://soundcloud.com/theroostitalia/sets/cinderella) ne ha fatto cenno passando un pezzo dal disco in questione, ho potuto “vedere” proprio lei, in movimento, canticchiare, e, non c’è da vergognarsene, mi sono commosso.

Imogen-Cunningham-Self-Mendocino

Imogen-Cunningham-Self-Mendocino

Il ramoscello di una siepe, invece, o il tramonto su un piatto campo invernale, oppure il modo in cui una vecchia signora sta seduta in autobus, con le mani sui fianchi e i gomiti in fuori e la sua cesta – queste sono le cose che ci additiamo l’un l’altro. E’ un sollievo così grande poter indicare una cosa, perché l’altro la guardi. E non parlare.

V. Woolf, Le onde

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La candela romana di quest’opera prima è la perfetta espressione di un talento che va ben oltre la formazione di un musicista pop da classifiche e mtv vari. Quando ho acquistato questo cd, poco tempo fa, non sapevo che lo avrei consumato e che mi avrebbe così tanto arricchito il tempo e lo spazio dell’ascolto. Non è un’intera giornata a poter fare un ascolto pedissequo di quest’opera. Si è sempre nuovi, come un corpo che danza, di volta in volta, un nuovo “evento”. Elliott Smith è un artista, come lo è John Lennon, ad esempio (e per guardare a quello che può essere definito un panorama folk’n roll), di una levatura davvero straordinaria, fuori portata – perché dentro l’arte del suono e della composizione, della parola come dell’emozione, dello spazio come del creato. E’ un artista infinito, che non può che “incominciare” con un disco così: “simile a un bengala”.

La vita che abilita le frasi, chi la crede prendibile, comprensibile dell’ennesimo elemento ignoto.

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  Oggi ascolto un altro disco che mi ha accompagnato, quasi per caso (come non potrebbe essere diversamente), in questi anni – Peter Broderick ne è l’autore, giovanissimo, di un certo nord – non so bene, no, è americano riscopro, proprio da lui mi è arrivato qualche anno fa, su mia richiesta (ma in suo dono), Home (Bella Union 2009), suo doppio disco, uno di colore verde, l’altro bordò. Come fosse tutto un coro, il suo cantato e il suo arpeggiare – quelle che non chiamerei esattamente ballate, ma scalate, forse. A colori nebbiosi, e passi che ripetutamente crescono – i suoi crescendo vocali hanno un che di classico e sì “nordico”, da lì quel mio immaginare una Scandinavia fatta d’aria – aria che il respiro riscalda e l’intanto fa palpitare come turbine di neve che coinvolge il passo e l’incedere, dunque, dell’ambiente in “avventure”. Trovo il suo sito, Peter Broderick non può non fotografare (http://www.peterbroderick.net/?page_id=11) – ecco, ricordo che nel pacco – fatto ad arte – non solo del riciclaggio – con una scatola per la pizza – insieme al cd c’era una foto sua, molto “consona”, di un “panorama semplice” e dunque sconfinato, quale potrebbe essere la casa del suo doppio album regalatomi, e che negli anni continuo ad abitare riascoltando, e mi continua a interessare e abitare con le sue eco e i suoi loop intensi e corali. Non so come sia proceduto il suo lavoro (Home è del 2008), che direzione abbia preso da questa Casa in poi – e adesso mi informerò, cercherò, soprattutto ascolterò.

una foto di P. Broderick

una foto di P. Broderick

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da Home:

questa non fa parte del disco di cui parlo:

“La strada è una ferita aperta”, o, forse, non – “è” – Majakovskij ci aveva messo “sembra”.
Ogni cosa è sacra passeggera,
ogni strada va stirata, come il foglio
di carta più contenuto di niente al mondo.
E’ già carta, sacra e passeggera.
Stipata di scommesse, dico, la strada; ma contano
solo certe parole o nessun perché d’altro consistere.
                              Sta per piovere

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Soil creatures, Grand Salvo (Preservation, 2009)

And when your face is in the soil /and in your eyes the threads of roots and creatures coil a hole,/ like a broken bowl flowers grow there/ from a bulb no-one ever sings a song when your gone

Ascolto la musica di Grand Salvo (Paddy Mann, musicista folk australiano) da anni – cerco musica che sia “manufatto di pace” – ogniqualvolta sento di dovermi come rintanare nell‘aria aperta, o come in una via pacifica, della mia stessa casa. Apro una finestra, insomma, dal file del pc, una cartella tutta a suo nome e subito filtra un’aria buona, come un soffio che volevo soffiato. Questo suo “creature del suolo”, letteralmente tradotto titolo dell’album suo penultimo che sto ascoltando, “Soil creatures” sembra dire in canto ogni creatura possibile, possibile almeno entro le sue tracce (dieci, in ordine – mi si perdoni, semmai, questo didascalismo utile al mio orecchio che “intende” ciò che ascolta: Temporale, Aghi, Nave, Fiori, Padre, Camino, Strada, Pioggia, Fratello, Mare). Tra le strade suonate che più durano, in senso temporale, vi è proprio una Strada, incantata e camminata (“Road”: On the back streets yards are overgrown/broken bottles on a broken wall/children’s songs/songs that I have sung). E il Temporale di apertura dice soltanto: I want for nothing. Vi è una pioggia all’arrivo del giorno, dove il suono precipita e ogni frase arpeggiata si lascia trasportare da fiato e archetto come elementi che si passano parole di un discorso o dialogo naturale. Ripeto, al mio orecchio: pacifico. Pieno del buio del vissuto. Scarno arco attraverso cui passa il clima – passa, attraverso, il fiato – il fiato. Il senso del cantato, da cantarsi. Forse la catarsi dello stare, inquieti tra i passi, come e tra le creature terrestri, lungo paesaggi che dal cielo, anch’esse, si fanno panorami e ballate poi, pian piano, ravvicinate, fino al palmo della mano che regge un grumo di terra nuda e si concede la più piccola parola sussurrata all’orecchio dal respiro, anch’esso, allora, incantato. Poco sbilanciata dal centro alla fine del disco, sta la bellissima Chimney (Camino) con, al centro, questi accesi versi:

I am in my bedroom / fireplace in full bloom / peering through my window pain / here it comes now with the thunder / like a thousand whispers / rolling across the fields

Originally posted on Compitu re vivi:

Presentazione del libro LETTERE DAL MONDO OFFESO
di Christian Tito
edito da L’Arcolaio
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Con l’autore partecipano Sebastiano Tommaso Aglieco, Nino Iacovella, Gianfranco Fabbri
Libreria Del Mondo Offeso
Via CESARE CESARIANO 7, 20154 Milano

Giovedì 27 novembre alle ore 18.45

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(poesia inserita in Keffiyeh Intelligenze per la pace, a cura di Gianmario Lucini e Mario Rigli – Edizioni CFR – 2014)

Lì dove abbiamo ragione

non sbocceranno mai

fiori in primavera. //

Lì dove abbiamo ragione

è angusto e duro

come uno stambugio. //

Ma i dubbi e gli amori

sgretolano il mondo

come fa la talpa, come fa l’aratro.

E si udrà un sussurro lì

dove c’era la casa

che rovinò.

Traduzione: Jack Arbib

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