avrei
da scegliere
un’arma la luce
nascente
vivente
scrivente ma il
buio corrente
elettrico intanto
mi brandisce chiaramente
raccolti profili gesti lati lineamenti corsivi cappelli
avrei
da scegliere
un’arma la luce
nascente
vivente
scrivente ma il
buio corrente
elettrico intanto
mi brandisce chiaramente
I know me, yes, otherwise I guard not even me with uncertain frown (imprudent reserve) I understand then contradicted mute shelter I disperse the mirror and I leave. the knot the wound ribbon. in to extricate, I say I make silent breath as I always wait not for conscious reserve for me from me, often or gladly I am me of common accord, serene as a fish I continue the swimming as the breath the doubt the sleep the meeting the against or favor, dream to real, your pacific name as a pin a flower to the buttonhole, chooses a calla lily a voice maria one them of sweet a ì of utopia Utopia to lose, as it conceives to smile us, me it is often a painful precipitous surprise attended adjoining search confirmation disappointed by the birth of the things that gives night a day and never identical sigh, some as us, less laggards and thoughtful – the things, fragilely tumultuous, dangerous touchy thoughtful and perishable (obsolete, insolent)

vivi in superficie
e sai che scale, il cuore.
+
io al mattino annego
dentro al cucchiaino
(eroino che non sono, di me
né di nessuno)
++
giornate interamente musicate,
nudo integrale delle ombre,
ombra lunga delle scarpe,
stringhe assolate, tunnel tra le gambe
verticale scintilla della sigaretta
arancione, continua pure a sollevare
nel perseguir moti alla temeraria dura
tenerezza pura della polvere, tempo
*
fischio di
foschia, l’umore
o il treno delle
rotte quotidiane,
fuori dentro. Un
rischio, liscio
* *
fotografia, i vecchi della piazza che oggi danno le spalle
affacciati alla ringhiera sul futuro asilo comunale, il sole
a sud-ovest si purifica a tramonto, la piazza immobile
vacilla o sembra sprofondare perché a sentirsi trascurata, forse
scomparirà col pomeriggio, finendo appena in fondo al giorno,
insieme al centro, l’ego, il giro tondo, tutto.

È arrivata la primavera – posso ingrandirmi ancora più di così gli occhi accendermi – ma nessuno mi muoverà da qui? – Niente mi porterà lontano per mano a un altro semaforo rosso in attesa di attraversare di continuare a camminare verso casa verso il quaderno verso il luogo che mi vede vivere rincorrere i giorni come l’amore (ma che ritmica, e che libera andatura!) la conoscenza delle parole di questa lingua nuova di cui potrei di tanto in tanto farmi ospite mettermi a sedere a costruire i miei ventiquattranni da solo vicino a un diverso semaforo o lontanissimo da qui, a casa, lavoro e riposo magari pagato magari di poco ma dentro il qualcuno che sono, qui, fuori e non solo – niente, se non me (e pure, te: domanda)
La cartolina dei miei ventiquattro anni che, se lo stesso numero di ore fa un giorno, sarebbe..che so: il primo quarto d’ora delle mie scorribande e rincorse nel secolo, la mia prima fetta d’esistenza imprevista.
Saluti dai semafori, baci, una cartolina all’impiedi, una cartolina da seduti coi piedi a penzoloni dal porto delle mani verso più destinazioni

Chiaro è che
la parola scritta
vorrebbe compiacere
- essere ben vista da -
la parola parlata
e questa, a sua volta
esser ben considerata
- vista di buon occhio -
dall’altra, sua compagna
di vita
*
la testa ( la fronte custode)
del cane al sole pare
di grano
naturalezza rigogliosa di
pensieri di vita riscaldati
di vita accesa che viene senza istanza
sulla pelle – il manto – come viene
se c’è il sole bene
se no ci si riposa lo stesso
magari si teme
se piove ci si ripara sotto
una tettoia che è pure bene,
la misura è data da quel che viene
e basta, il cane e la finestra animata
del cuore che batte
le imposte del respiro il pelo
ulteriore del coraggio del timore,
la coda mossa della festa
la coda indentro del timore
la coda come il gallo delle direzioni
dei punti cardinali delle emozioni
la coda sorpresa della fame
dalle sorprese dal pelo arruffato
dell’inverno dall’interno
del bisogno di una cuccia grande
quanto il mondo, dove accucciarsi
talvolta per dimenticarsene e ricordare
la madre i fratelli il mare dell’allattamento,
quando il verso pareva quello del gabbiano
e le zampe scivolavano sul terreno buono di una strada
di casa verso il passo la mamma non l’abbandono nessuno nessuno


*

la vita a un
gratta&perdi,
la vita un terno al lotto,
dell’otto un altro è il conto(gioco)
dal gusto conferito al mai capito,
mai finito.
La vita è molto facile, credete.
è un duro lavoro per
ben
indietreggiare e destreggiarsi
il capitale in patrimonio.
Ora ricordo:sono proprio un
ragioniere dentro al prosaico
disaccordo in bancarotta col
dovere, partita doppia di stellette
al cuore un registro immateriale
verdi braccia e numerini, come
perfezionando un conteggio – o, contagio -
personale delle onde
una sfida persa e giunta al(col) mare, la mia
buona uscita è una rimanenza di tempo
verticale e poche monete, solo cocci di
fiato autunnale e la più probabile stella
cometa che tu hai abbozzato in un viaggio
sventato in cui io mi chiamavo lisbona a
leggere grazia a reggere bene
la distanza da casa la speranza sui mutimuri
persino tra i rifiuti una macchia
di ecobenedetta dal vento di una scelta
mite – almeno quanto il clima – scritta in
forma d’occhi,
descrizione è
quel che si vedrà
Le cose si muovono
decidendolo dalle nostre mani.
Non hanno fragorosi starnuti, le cose.
Non scusano le spalle, se stanno di spalle.
Sanno sorprenderci di averle spostate,
smarrite e ritrovate quasi senza il nostro aiuto.
Le cose ferite abbiamo talvolta il dovere di
riabilitarle con l’attack, qualche sorriso di
finto sollievo dopo per loro e per noi, anzi.
Ché loro avevano un’anima sola al posto loro
di cosa intera prima della caduta, della rottura,
di ogni incollaggio agli estremi dei loro nomi comuni,
di cosa.

Prestami una mano
Dammi un fiore

Prestami una mano
Dammi un fiore
***
tu, una volta, venivi qui, fuori casa, e io mi abbracciavo i pensieri, mi affacciavo tra loro, il silenzio d’intorno e il reale tuo arrivo
ridevi, ridevo sul medesimo rigo appiattito sul filo dell’aria addobbato di conchiglie pendenti come suoi orecchini, forse era estate forse è estate e ridi, rido sullo stesso rigo molti fogli più in là, e solo questo, che scrivo
foglie sbucano dal suono di un manifesto del respiro (sull’a l b e r o che scrivo), foglie descrivono il disarmo della stagione estiva, trattengono il respiro e tutto il trattenere fa coro, o muta dell’albero che scrivo