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e ridare aria prima ancora, potrebbe darsi – prima dei verbi prima che agli occhi – infatti, accade.

Ho poi – sempre per caso distratto e non – letto dei versi appassionanti di Giuliano Mesa, in questi altri giorni.

E amato Yehuda Amichai, per un suo libro in particolare – per tutta  la sezione iniziale di questo, tradotta credo proprio bene, proprio perché.

Tanto lavoro, tanto, sempre, mai, tanto, nuovo – sempre dove e non posso che confondermi e poi

 

Come esposto nascosto qui, mangiando biscotti alla notte – di questi ultimi giorni potrei dare da questi ultimi atti colore ai colori, ma sono loro a fare affari del genere su me.

Ho scoperto, ad esempio, distratto per caso, il caso del caso come sempre e sempre diversamente, alcuni versi molto belli di Pierluigi Cappello, ne sono contento.

Potrei chiudere i verbi, proprio in sincrono agli occhi – dovrei adesso dormire.

 

nuove partiture

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Grazie a un’aMica che “viene dal mare” per questa scoperta! Qui, proprio da lei, potrete trovare anche alcune poesie di Joan Brossa – e dunque grazie a Maurizio Spatola (amico dalle infinite risorse, col suo Archivio Maurizio Spatola) e al professore poeta Pier Luigi Ferro che ha fornito a Maurizio la scansione di Poesie & Visuali edito da Tam Tam nel 1987

joan brossa -

 

C’è, ci sarebbe e c’è, spazio per tutti. Il tempo, già – molto relativo. Dovendoli rapportare.

Non è proprio un fatto di “preferenze” – ci hanno mai pensato? Chi ha mai detto, “tu sei più fratello di me” perché, ad esempio, sei della mia stessa nazionalità? No, non è proprio una cosa consequenziale – no – non vi sembra questo un tantino – quel po’ provocato? Chi la vede così, che spazio si fa nel proprio sentire l’altro, proprio un altro da sé? (e in sé sente il proprio connazionale, in questo “sé nazionale” – mentre lo “straniero” lo sente “altro dal sé nazionale” e dunque… nemico? Da tenere alla larga!?! Quanto nasconde una posizione non soltanto ego e etnocentrica, questa veduta – quanto? ed è davvero possibile – etico!?! – praticarla? Anche tra governi, civili e in noi?)

C’è un diritto fondamentale, il diritto di vita – siamo tutti migranti qui, in questa terra, per questa vita. Lo sanno, lo sappiamo? E davvero tutti passiamo per mare. Non è per metafora – e poi tutto ciò che metafora è, si fa e rende ciò che è, e siamo. Chi può negare accoglienza a un altro, e perché? Non è una risposta alquanto chiara? Che il senso politico, quello del potere stolto – non rema a favore della libertà delle persone? Di quel diritto di essere salvati, curati, tutelati. Ecco – è questo che ci rende connazionali, solidali, fratelli? Allora, questo ci dovrebbe fare un tantino vergognare, già.

Più volte, “sentendomi” intorno, e anche intorno vicino e prossimo, fra persone conosciute, sento dire cose che avrebbero dell’assurdo, se solo essi stessi si sentissero dire (magari, mentre stiamo per annegare, mentre ci manca l’essenziale, un aiuto base per sopravvivere, ad esempio). E questo, che fa un bel po’ di rabbia, che potrebbe dirsi “culturale”, mette davvero un bel po’ di tristezza: non c’è immedesimazione, neppure un minimo. Questo rende già ingiustizia. E razzismo, sì. Senza rischi di altri ismi, anzi di tutti quelli che fanno parte della stessa famiglia, o popolo – come li chiamano gli interessati politici.

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