Gli ultimi dischi dei Radiohead non “me li sono aspettati più”, forse sempre meno – certo, cercando di non mettermi tra quelli che li criticano ciecamente solo perché – solo? – perché! – adesso sono molto ricchi, a quanto pare (a dir di parecchi informati). Ho trovato le ultime uscite di un’elettronica radioheadiana che davvero e probabilmente non c’entrava più niente, molto ma molto poco, con quello che mi andava di ascoltare (ecco, semplificherei così). Un amico caro, veramente fanatico (con cognizione di causa: W i fanatici!), Marco mi ha esortato ad ascoltare il nuovo – vabbè, non è che la curiosità non la avessi (fossero tutti così, di tal talento, i musicisti e i dischi che “ci passa il governo”!) – però Marco mi ha proprio richiamato al compito dell’ascolto – e questo è il secondo pezzo che mi ha detto di attenzionare (è stato quello che, dal video in poi, mi ha convinto a rompere il ghiaccio, diciamo così, col mio non-particolare-trasporto nei confronti degli stessi R., dopo averli molto amati senza attribuire la stessa passione – durata per anni – a chissà che particolari fasi post-adolescenziali). Allora, l’ho fatto – e direi che non mi ha per niente deluso. Ecco, il non aspettarmi nulla è stato premiato. E credo che video e pezzo (Daydreaming, per l’appunto), prima di tutto il pianoforte e l’impostazione del brano siano davvero notevoli. Thom Yorke è un artista che riesce sempre a interessare/e/toccare per il suo passo nervoso e la vocalità a mio avviso sempre – ditene ciò che volete – sensibile, sensibile, sensibile. Il video ha una certa nostalgia di un Wim Wenders che non c’è più, forse. O una “canadesità”, ma sono impressioni così personali che dovrei, e lo faccio proprio scusarmi per aver(v)ele così – “pubblicamente” – espresse e apparecchiate. Ma questa è la mia pagina – ah ah! e allora posso pure permettermelo, no? Mantenendomi nell’utilità di quanto scritto (si tratta o no di una “recensione tecnicamente impeccabile”?), rispetto al disco intero potrei dire che mi piace parecchio quel “piano-magico” presente in più tracce (compresa la suddetta) – non amo le orchestrazioni un po’ cinematografiche (ciò che, insieme a un’elettronica niente-di-nuovo, radioheadiana come dicevo – aveva reso i precedenti album noiosi alle mie orecchie); sarò al terzo ascolto effettivo (il primo è stato il più mirato, attento e dedicato). E Marco ne sa qualcosa.

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salta il disco – fra where e go – che strada passa, fra “dove” e “andare” – perché in mezzo, nell’altra lingua, c’è il tempo del verbo, mentre nella nostra, in questa, andare sarebbe vai – c’è sempre un attaccamento tra avverbio e verbo – soggetto sottinteso (aria nominarlo) – io che sembra dove (acqua che passa, non inosservatamente) – il tempo si comprime, come – e poi il punto interrogativo sta sempre in fine – sia lunga o breve, più o meno – la frase: è domanda.

*

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Plate V. Archives des sciences physiques et naturelles. 1899.

 

 

 

 

(*) titolo di una  canzone che stavo ascoltando, di Grand Salvo (River road, l’album – ringraziando Raffaello R.)

“Questo libro raccoglie tutte le poesie (1929-2004) di Bino Rebellato approvate dall’autore, personalità non facilmente collocabile nel panorama della poesia del secondo Novecento, nel quale peraltro egli si inserisce come una presenza forte. Rebellato ha scelto un cammino solitario, defilato rispetto ai grandi centri culturali e accademici, preferendo dimorare nella sua Cittadella che pure è diventata, grazie a lui, alla sua instancabile generosità di poeta, editore e promotore culturale, uno dei luoghi della poesia universale. (…)”

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DIMISSIONI DALL’INSEGNAMENTO
Al mio grande amico Marco Munaro

Mi hanno dato compassi arrugginiti
e non so disegnare alle vergini menti
un piccolo minimo angolo del mondo
ancora da scoprire.

Insegno un alfabeto disusato
buono per esercizi di calligrafia
vecchia di millenni
su carta straccia.

(Bino Rebellato)

UN GINOCCHIO

.

Apro l’uscio al sole — grandemente

poesia, per me, far uso del sole.

Tredici anni, e me ne sto

all’angolo della via, viso fuligginoso

e un cane morto tra le braccia.

Quanto tempo

prima di capirne il senso

(siedo su un gradino,

la fronte illuminata eppure ombrosa).

Chi dice le montagne

più grandi della mano

che strappa ciuffi d’erba

e dà sepoltura a un cane,

chi dice che l’eternità comprende

più del dito che strofina il ginocchio,

scuote un granello di sabbia

o toglie una crosta

e lascia che il sangue scorra.

.

— da The Motor Milky Way, 1994

dal sito di Nanni Cagnone, che ringrazio

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_

Tu chi sei

dove ti guardo

come mi so immaginare

ora riprovo a guardare –

riguardo e –

è stupore, forse d’

esitazione, in sbilancio

come ti so bilanciare

prima di quando

dove ti guardo e –

adesso ri-riguardo ed

è quasi finito

                          maggio –

e, d’esempio.

_

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Brice Marden, Untitled, 1962

 

+

mi attacchi la gomma ai piedi

e così non sono più un giovane

da ciù-in-m-gàm tra i denti

ma forse uno spasimante

della vita che silenziosamente

si mastica e attacca sotto le scarpe

il proprio cammino – la mitica passeggiata

prima di tutto / e per tutto

++

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